The Recognitions :: Le recensioni di OndaRock


Sarà l’ironia della sorte quanto si vuole, eppure gli EXITMUSIC non potevano scegliere un nome più appropriato con cui pubblicare la propria musica. Forse la ragione non era così chiara ai tempi di “Passage”, quando il rapporto tra Aleksa Palladino e Devon Church era mosso da ben altri presupposti; sei anni dopo tutto appare decisamente più chiaro. Andando ben oltre l’evidente pegno pagato ai Radiohead, la ragione sociale del duo racconta con estrema sintesi quello che è l’effettivo contenuto della loro musica, il loro tema portante. La loro effettivamente è musica dell’abbandono, dell’uscita (da intendersi nel senso più figurato possibile), musica che della mancanza, in tutte le sue possibilità, fa il presupposto principale. A questo giro, l’allontanamento non poteva essere più letterale.

Coinciso con la dissoluzione del matrimonio e l’inevitabile separazione finale della coppia, lo iato di sei anni che ha portato allo sviluppo e alla pubblicazione di “The Recognitions” (con buona probabilità l’atto conclusivo del progetto) si riflette nelle trame dolorose e avvelenate dell’album, che estremizza le coordinate stilistiche del duo per comporne il manifesto più intenso e straziante. Cocci rotti, pentimenti giunti troppo tardi e fratture insanabili costituiscono quindi l’alveo narrativo entro cui gli ex-coniugi lasciano sviluppare la loro mesta alchimia a cavallo tra rock onirico, cornici gotiche ed elettronica minimale (qui sensibilmente intensificata), in un susseguirsi di confessioni che accorpano astrattismo e concretezza sotto un’unica bandiera. Andando oltre la commovente cornice lirica, il lavoro presenta però più di un punto critico.

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È indubbio che il comparto sonoro abbia subito sostanziali scosse dal precedente lavoro, non soltanto nei termini di una strumentazione meno monolitica, più versatile nell’approccio, ma anche di una produzione che trova finalmente la giusta quadra, sventagliando un ottimo controllo sulle dinamiche e le peculiarità di ogni singolo brano. In questo senso, spunti ed eventuali riferimenti filtrano con maggiore chiarezza, presentando la polivalenza di un sound che va ben oltre la densa omogeneità di “Passage”. Gli EXITMUSIC costruiscono adesso le loro meste elegie sviluppando temi sad-folk riletti attraverso un’impalcatura per sintetizzatori e chitarre gotiche, come nel caso della desolata “Iowa” che si focalizza sulla rivelazione di Palladino nei confronti del dramma imminente. Altrove calcano invece il coltello ancora più in profondità in quella ferita aperta alle spese di dream-pop e shoegaze, incrociando pericolanti muraglie di suono sintetico all’insondabile pathos melodico dei Sigur Rós, prima che tutto si dissolva in un affannoso crescendo rumorista (“I’ll Never Know”). Se poi la potente afflizione del duo sa trovare la sua strada anche attraverso fitti filtri vocali e simulazioni tastieristiche (“Gold Coast”), non manca di mostrarsi nuda nella sua disarmante potenza, affidandosi soltanto alle sparse note di un pianoforte (“The Distance”, la ballad conclusiva).

Malgrado l’evidente balzo in avanti compiuto con i registri e le opzioni compositive, il freno costituito dalla scrittura rimane purtroppo in larga misura ancora ben premuto, impedendo all’intero progetto di spiccare il volo in tutte le sue potenzialità. È indubbio che gli EXITMUSIC puntino ad evocare piuttosto che a marcare il terreno, a suggerire e poi ritrarsi lasciando la loro impressione. Quando però quest’ultima fatica ad emergere, nonostante un dispiego vocale di tutto rispetto (con momenti in cui la mimica di Palladino riesce ad avvicinarla agli ineffabili fraseggi di Liz Fraser) e un potere interpretativo di prim’ordine, i problemi di penna valgono più di un sospetto. E qui, al di fuori di qualche sparuto momento di lucidità, i momenti di reale bontà di tratto faticano anche soltanto ad intravedersi. Così, nel dipanarsi dei baluardi sonici di “Closer” (l’episodio più aggressivo e lancinante del pacchetto) o degli affascinanti affreschi gotici di “Trumpets Fade”, non resta molto più che l’intuizione compositiva del brano, qualche vaga impressione di un fil rouge vocale che possa conferire maggiore corposità.

In un anno che ha già visto la sua buona dose di cronache della separazione (con i Loma in bella vista), quella di Palladino e Church possiede comunque una sua specificità, che ne consente un’opportuna differenziazione. Spiace però che il possibile atto conclusivo del passo a duo sia soltanto un pallido simulacro di quanto avrebbe potuto essere, una versione in sedicesimo del prodotto che si intravede. A questo punto, verrebbe quasi da sperare che “The Recognitions” sia tutt’altro che un addio: la probabilità di un lavoro totalmente all’altezza è a questo punto tutt’altro che ridotta.

(17/05/2018)

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