The Mollusk :: Le recensioni di OndaRock


In principio furono la farsa e il terrorismo sonoro. Armi non proprio spuntate, anche sufficienti a meritarsi la nomea di cult band agli albori di un decennio in cui l’etichetta sarebbe stata concessa a molti, quasi a tutti, nell’allegro circo alternative a stelle e strisce. Di sola filosofia zappiana, però, non avrebbero potuto vivere a lungo Aaron Freeman e Mickey Melchiondo, Gene e Dean Ween per gli amici. Bene per l’intento, quel volersi far beffe della smagliante ma fasulla ortodossia pop, eppure l’insistenza sul registro goliardico o il piglio aggressivo non potevano, da soli, pagare fino in fondo.

POTREBBERO INTERESSARTI ANCHE:
loading...

Alla dissacrazione di “God Ween Satan: The Oneness” si sarebbe perdonato tutto, dall’eccessiva frammentarietà alla weirdness genuina, dal nonsense senza condizioni a una resa tecnica volutamente grossolana e sfarfallante. C’erano l’effetto sorpresa e la strafottente incoscienza dei ragazzini, in fin dei conti. Con “The Pod” il disordine sistematico e l’amatorialità, spinti ben oltre il lecito, avrebbero plasmato un sound intorbidito e acidissimo con cui dar vita a canzoni sbrindellate, inafferrabili, alquanto riuscite nell’impresa di suonare ottuse e visionarie allo stesso tempo. L’avvio del nuovo corso su major doveva quindi limare in parte quegli eccessi (“Pure Guava”) e allentare la briglia a un camaleontismo che si sarebbe dimostrato proverbiale (“Chocolate And Cheese”), senza tradire l’ironica estetica brown delle produzioni in assoluto più sgarrupate ma disvelando loro, nel contempo, l’impareggiabile potere dello studio di registrazione.

 

In questa particolare fase alla metà dei novanta, con l’ingresso in pianta stabile del batterista Claude Coleman Jr, del bassista Dave Dreiwitz e del tastierista Glenn McClelland, i Ween cessano di essere un sublime ma masturbatorio gioco a due e rinascono come gruppo a tutto tondo, dedito più che alla provocazione nuda e cruda a superbe contraffazioni di genere, esplorazioni sempre più ridondanti e iperrealiste ma assolutamente magistrali: candidi umoristi come i They Might Be Giants, sensuali come Prince, scurrili e abrasivi come la più rovinata delle punk band, i finti fratelli di New Hope, Pennsylvania, si impongono allora come autentici maestri d’eclettismo, trasformisti pazzeschi ed eccezionalmente accurati. Le buone idee si affollano, ma a spuntarla per una volta sarà la disciplina. Il disco grazie al quale verranno ricordati viene allora accantonato per oltre un anno, così da offrire la precedenza all’indirizzo espressivo che in sala di registrazione pare sgomitare come il più prepotente dei capricci (e pace se si tratterà di un concept amabilmente reazionario come “12 Golden Country Greats”).

 

Introdotto dalla burlesca ebrezza della sbilenca “I’m Dancing In The Show Tonight”, ma anche dal carezzevole tepore di una ballad eponima appositamente ideata per simulare i luminismi diafani del mondo sottomarino, “The Mollusk” è una caleidoscopica antologia di quadretti psichedelici affidati in licenza esclusiva al potere della fantasia. Il risultato, un’opera che fuor di metafora si può definire sommersa e ricchissima di trovate pop o melodie oblique degne di uno Stephin Merritt (si ascolti la giostra tristanzuola di “Polka Dot Tail”), appare rigoglioso, lussureggiante. Senza indugi la band elegge questo bizzarro territorio musicale a propria ideale comfort-zone e sguazza nel vivace abisso policromo con un suono acquatico straordinariamente pertinente, fatto di riverberi madreperlacei, ritmiche spugnose e vocalismi filtrati come da maschere e boccagli.

L’incarnazione grottesca e visionaria tende quindi ad avere la meglio. Se il boogie dell’anguilla elettrica è quel che promette, un’animazione tetra da oscurità oceanica, la trappola di un mostro predatore che deve tutto ai propri ingannevoli barbagli, “The Blarney Stone” è un sea shanty scurrile sciorinato con opportuno baritono alla Tom Waits, rinverdendo le meraviglie di un immaginario marinaresco che è evidentemente tra le fonti d’ispirazione privilegiate nel folle romanzo del duo, mentre “I’ll Be Your Jonny On The Spot” è un punk alieno che pare suonato da chele e rimesta nelle torbide profondità del vecchio “The Pod”, smuovendo il fondale quasi a voler sconfessare l’implicita rimozione operata su quelle paradossali anticipazioni ipnagogiche dai lavori che erano seguiti. L’indole più prettamente ludica è preservata da uno strumentale coloratissimo e innocente che sembra lo stilizzato disegno a tema di un bambino, “Pink Eye On My Leg”, giusto a un passo dalla goliardata stile Primus di “Waving My Dick In The Wind”, conforme al clima placidamente scanzonato della raccolta e con dalla sua la leggerezza di uno sguardo davvero incontaminato, non sterilmente provocatorio come un tempo: anche episodi minori come questi contribuiscono alla grandezza dell’affresco.

Quando si giocano la carta della delicatezza (“Its Gonna Be Alright”, l’elegia fatalista “Cold Blows The Wind”, che ha il fascino delle “Murder Ballads” caveiane), i Ween fanno peraltro centro alla stessa maniera. Come gli illustratori di libri di un secolo fa, Gene e Dean acquerellano la realtà con il garbo di un’affabulazione tersa e gentile, esaltando un decorativismo di grana finissima capace di eludere gli inciampi di quello stesso chiasso sonoro cui da sempre la critica è stata indotta ad associarli. 
“Buckingham Green”, per converso, presenta la ruvidezza infida della scogliera, ingentilita da alghe e anemoni ma pur sempre tagliente, mentre “Ocean Man” svela invece il candore di un easy-listening giocoso e infantile, la meraviglia di una fanciullezza che non è più evocazione da sciroccati bensì tuffo carpiato nella nostalgia.

 

“The Mollusk” è un piccolo trionfo alt-rock, il disco più apprezzato dai suoi stessi autori ma anche da altri estimatori: il creatore della serie animata “Sponge Bob”, Steven Hillenburg, lo definirà un’enorme fonte di ispirazione e insisterà per avere “Ocean Man” nella relativa estensione cinematografica del 2004 e altri brani in varie puntate del cartone. Tra i suoi grandi meriti, l’aver inaugurato la formula di un parodismo sfrenato ma senza più i secondi fini satirici o il piglio smargiasso di ieri, ricetta preziosissima per gli altri grandi dischi che verranno – da “White Pepper” a “La Cucaracha”, passando per i magici sprofondi emotivi di “Quebec” – opere levigate e impeccabili nella confezione tra trionfalismo jam band, azzardi progressive e fastose speculazioni soft-rock. Musica scritta col cuore (quello sanguinante della maturità) dai Ween, uno di quei gruppi straripanti e inconfondibili che si amano o si odiano senza riserve.

(21/06/2018)

LEGGI L’ARTICOLO ORIGINALE

loading...

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here