soil :: Le recensioni di OndaRock


I know you feel too old
But if you whisper
Only I would hear you

L’ascolto parte subito con una di quelle confessioni che ti fanno sentire stranamente rincuorato, un pezzo che ti abbraccia con un sussurro benevolo mentre le solitarie note di un clarinetto ti serpeggiano attorno. L’immaginario evocato è barocco e bislacco, ma la dimensione emotiva è intima e terrena, quasi fraterna. Ma poco dopo il ritmo inizia a scrollarsi di dosso tutta l’indolenza iniziale per impennarsi su di una marziale base sintetica, mentre la voce si perde tra le scale e i solfeggi di un’anima inquieta – da un semplice “whisper” che era, adesso siamo in piena tempesta.
Sono questi i presupposti di “soil”, virtuoso album di debutto col quale Josiah Wise – in arte serpentwithfeet – presenta al pubblico il proprio stralunato cantautorato fatto di bambole dallo sguardo vitreo, galassie lontane, tastiere distorte, magia ancestrale e maschi che gli fanno ribollire il sangue nelle vene. Il che onestamente potrebbe sembrare già troppo, ma in verità tutte queste cianfrusaglie di vita vissuta sono state saggiamente incanalate in una perfetta dicotomia stilistica: basi musicali dense e ruggenti, ideate per dare peso e stabilità all’estrema volatilità del canto e delle astruse associazioni liriche che rotolano fuori dalle labbra dell’autore come biglie sull’asfalto. Del resto, cosa vi aspettavate da uno che si fa fotografare in copertina vestito di carta da imballaggi mentre il cielo sullo sfondo presenta ben due Lune in dissolvenza?

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La materia qui presente è stata quindi accuratamente messa in piedi tramite blocchi di elettronica, archi, percussioni e una generosa dose di campionamenti – non a caso “soil” si avvale delle collaborazioni più disparate: il beneplacito degli studi londinesi di Paul Epworth (nobilissimo produttore capace di far faville sia con gli Horrors che con FKA twigs), le frattaglie weird-electronic del misterioso compagno d’etichetta mmph (da poco arrivato al debutto), e Clams Casino con i suoi tipici sconquassi wonky. Ma la mano più preponderante in fase di manipolazioni vocali è sicuramente quella di Katie Gately, abile maestra della console il cui lavoro è stato così scherzosamente descritto da Josiah:

[…] trasforma la voce umana nel suono di un elefante, e un elefante nel motore di un’automobile

Ma il cuore di “soil” viene tenuto in pulsazione dal palmo dell’autore, un personaggio fuori dalle righe a tutti gli effetti. Cresciuto studiando canto lirico e musica classica, ma anche appassionato di gospel e blues, serpentwithfeet pesca a piene mani dai benefici dell’essere un outsider, e tramite uno sguardo tutto particolare verso le sette note, l’universo che lo circonda e le complicate interazioni umane, si è creato uno strampalato songwriting che – più di quanto sentito nell’Ep di debutto “blisters” (2016) – oggi raggiunge una ricca dimensione composita. Non a caso è un nativo di Baltimora, città del Maryland tradizionalmente imbevuta ai bordi da forti correnti alternative: dalla New Weird America e il doom metal a John Waters & Divine, Philip Glass, David Byrne e Frank Zappa – tutta gente che, in un modo o nell’altro, ha fatto della fuga dalla normativa il proprio punto di forza artistico. Nel suo naturale rigetto di una musicalità univoca e di un’identità definita, serpentwithfeet è chiaramente di casa.

“messy” è una preghiera a mani congiunte e percussioni tribali in legno, durante la quale l’autore implora a cuore aperto come se fosse in chiesa, ma il testo si macchia di toni così figurativamente intimi da sembrare proni allo stalking (quasi una versione aggiornata del Morrissey che minacciava “the more you ignore me/ the closer I get”). E pure “fragrant” tocca il morboso, una confessione d’amore dove il serpente è pronto a strisciare tra le labbra di tutti i tuoi ex pur di potersi impossessare di una minima parte di te. Troppo macabro, vero? Con la gentil brezza di “waft”, allora, eccolo continuare la sua eterna campagna anti-profumo, una rivendicazione dell’importanza del naturale odore umano come forma ultima di connessione erotica e spirituale (“love can’t exist/ where there is cologne”) – e forse messa su carta la cosa pare buffa, ma la tesissima base epico-industriale d’accompagnamento ci informa che Josiah al momento non sta affatto scherzando.

Altrove, “wrong tree” è il più sinistro dei ritmi di valzer, potremmo immaginarcelo danzato dalle longilinee creature di Tim Burton. Su “slow syrup” pure si raggiunge un’intensità ai limiti del sostenibile, sembra di assistere a un girotondo attorno al letto dei proverbiali scheletri nell’armadio. Sul passo cadenzato di “mourning song”, invece, la voce ruggisce tra i drammatici rintocchi di un coro angelico, dando vita a una ballata tanto intensa da risultare astratta – che poi è uno dei punti-chiave dello stile di serpentwithfeet: mai melodrammatico nel senso classico del termine, ma terribilmente empatetico con ogni singola sillaba che pronuncia come se stesse snocciolando un rosario rigorosamente laico. (Ndr: visto dal vivo un paio di mesi fa, ha trasformato ogni canzone eseguita in una sorta di dialogo col pubblico presente, affastellando nuove liriche su quelle già presenti e vomitandoci addosso parole su parole in bilico costante tra il sagace e l’auto-parodia disfunzionale).
Il finale col botto viene riservato al singolo di lancio “bless ur heart”, splendido momento barocco squarciato da un luminoso refrain corale (ma attenzione al subdolo tocco della Gately, che nel trattamento delle linee armoniche più basse del coro distorce la manopola per creare quel suono “aspirato” che ricorda l’Imogen Heap della sempiterna “Hide And Seek” – un piccolo accorgimento tremendamente calzante).

Verboso ed eccessivo, carico di significati e di bislacche associazioni elettive, coadiuvate poi da un fotogenico immaginario queer-barocco che da sempre accompagna qualunque cosa associata al serpente (date un occhio al video del cavernoso sabba di “cherubim” qui a destra), “soil” è un disco da sbucciare ascolto dopo ascolto come i tanti strati di una cipolla. Ma i suoi solchi mostrano da subito anche un’apparente bellezza, colori sgargianti e ombre di una foresta nera si alternano di continuo nella mente dell’ascoltatore, evocando pezzo dopo pezzo immaginari di un’Arcadia extra-terrestre. E con una vocalità di tale ineffabile qualità – un’intonazione che mantiene il più possibile l’orizzontale chiarezza d’esposizione del canto lirico, ma s’inerpica verso coloriture gospel e lamenti blues – l’originalità qui presente non può che essere esclusiva unica del Sig. Wise. Di diritto tra i songwriter più peculiari del momento.

(01/06/2018)

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