Love Is Dead :: Le recensioni di OndaRock


Non si suggerisce mai di giudicare un libro o un disco dalla copertina, eppure non sono rari i casi in cui un semplice sguardo all’involucro rivela molto del contenuto dell’opera stessa. È indubbiamente questo il caso del terzo album dei Chvrches, tra le band ammiraglie del pop (più o meno) alternativo britannico, uscito con un artwork che di per sé è già tutto un programma. Nell’ordine abbiamo cromie forti, sature, immediatamente associabili a quelle di analoghi progetti dediti al recupero delle atmosfere ottantiane; un titolo succinto, icastico e nel quale potenzialmente identificarsi, poco importa che nella sostanza sia alquanto banalotto; simbologie palesi e immediatamente riconoscibili, con un che di adolescenziale che non guasta mai. In nuce, gran parte di ciò che vuole rappresentare “Love Is Dead” sta già qui, spiattellato senza grossa fatica.

Ben più che coi dischi precedenti, a questo giro il terzetto synth-pop scozzese ha deciso di puntare sulla comunicazione, sull’immediatezza del proprio messaggio, senza particolari giri di parole a fare da filtro. Spostandosi dall’approccio testuale più introspettivo e intimista dei primi due album, il nuovo lavoro parte da premesse più generali, riflettendosi in testi dal carattere universale, che acuiscono le fattezze pop del gruppo. Riflessioni sulla diffusa mancanza di empatia e sull’incomunicabilità tra persone nell’era di Internet diventano quindi il pretesto lirico con cui i Chvrches firmano il loro lavoro più accessibile e imponente, quello con cui tentare l’effettivo assalto alle classifiche. Con un assetto produttivo ben più gonfio e consistente (complice in primo luogo il coinvolgimento di Greg Kurstin e Steve Mac in cabina di regia) e un comparto melodico che segue a ruota l’ispessimento sonoro, il nuovo album gioca la carta mainstream con tutti i crismi necessari, scollinando nel territorio proprio di Imagine Dragons e Foster The People. Se la decisione potrebbe portare a un allargamento del bacino d’utenza, nondimeno costituisce un inciampo creativo non da poco, che appiattisce all’inverosimile la proposta del terzetto.

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“Piattezza”, in effetti, è il termine che meglio si presta a descrivere la collezione: oltre all’attitudine più roboante del sound, che rende l’amalgama sonoro fin troppo pastoso, ben poco prono a particolari variazioni, è soprattutto tutto il resto a mostrare un’estrema stasi creativa, contribuendo a un ascolto monolitico, di grande fiacchezza compositiva. In particolare è la scrittura a costituire il maggiore veicolo di questo sbiadimento. Non basta che Lauren Mayberry accenni a leggere enfasi vocali (spesso e volentieri sommerse dal fitto apparato sintetico circostante) o che il tocco strumentale fornisca qualche raro guizzo espressivo, la penna dei Chvrches si piega a una semplificazione estrema che ne altera profondamente l’assetto stilistico, banalizzando severamente i risultati.
Tra versioni in minore del melodismo scattante della popstress canadese Allie X (la synth-wave dal sottotesto dark di “Deliverance”), moduli ripetitivi, irrigiditi su pattern triti e formulaici (il sing-along finto-ribelle del singolo “Get Out”, l’ostinata cascata di ritornelli di “Never Say Die”), spenti accostamenti alla grandeur di certo arena-pop (“Forever”, dalla struttura fin troppo affrettata), il terzetto perde la bussola del proprio essere e rincorre una chimera irrealizzabile, muovendosi in un terreno tappezzato di mine.

Non sorprende, quindi, come il trio sia decisamente più a suo agio in quei pochi momenti dove guarda al suo passato, in cui il taglio bombastico dei sintetizzatori si appiana e lascia filtrare una dimensione meno tronfia, prossima a certe angolarità degli esordi. È quasi paradossale che due degli episodi in cui fiorisce questa personalità difforme siano quelli affidati anche a voci diverse da quella di Mayberry. Nello specifico è Matt Berninger dei National ad aprire le danze di “My Enemy”, in un interessante passo a due che rallenta i motori e pacifica le sostenute dinamiche electro di base, finalmente spogliate di troppa ridondanza. “God’s Plan”, invece, col membro Martin Doherty a prestare la propria voce, si destreggia tra controsterzi ritmici e striscianti umori oscuri, a narrare di ossessione e relazioni tossiche. Con la sinuosa galoppata sintetica di “Heaven/Hell”, animata dalla migliore melodia nella raccolta (e un refrain finalmente degno di essere definito tale), si completa un terzetto di brani che avrebbero potuto costituire il nucleo di un album quantomeno dignitoso. Così, finiscono col rappresentare le fastidiose eccezioni a una regola del tutto diversa.

Cambiare e appetire a qualcosa in più non è affatto sbagliato, occorre però valutare i propri passi con attenzione, se non si vuole rischiare di mandare tutto all’aria. Nel caso di “Love Is Dead” un pizzico di oculatezza in più sarebbe stata necessaria, specialmente nei termini di una produzione per la quale il terzetto ancora non dispone delle dovute qualità espressive. Forse, tornare all’autoproduzione potrebbe rivelarsi la carta vincente. Ancor di più, mettere di nuovo al centro una maggiore riflessività, qui maldestramente accantonata a favore di una pasticciata verve “politica”. Occorrerà vedere se nel mentre le tentazioni mainstream l’avranno avuta vinta.

(22/06/2018)

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