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Ha trascorso una vita intera sottomessa dagli uomini che le sono stati accanto: prima il padre, violento e dispotico, poi i mariti e i compagni che si sono alternati con la promessa di una vita felice ma che infine si sono smascherati con una realtà fatta soltanto di botte e abusi. Una condizione di forzata subordinazione contro la quale bisognava lottare, anche con altrettanta violenza.

Questa è la storia di Milena Quaglini, definita “serial killer dal volto d’angelo”

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In Italia sono poche le donne che a causa dei crimini commessi sono annoverabili nel “girone” dei serial killer. La più famosa è di certo Leonarda Cianciulli, la Saponificatrice di Correggio, colpevole della morte, dello smembramento e della saponificazione di tre amiche; poi c’è Sonya Caleffi, l’angelo della morte col camice d’infermiera cui sono attribuiti tra i quindici e i diciotto omicidi avvenuti tra gli ospedali di Como e Lecco dal 2003 al 2004.

Tra la Cianciulli e la Caleffi, in ordine cronologico, trova posto Milena Quaglini, autrice di tre omicidi tra il 1995 e il 1999, anno in cui viene assicurata alla giustizia.

La vita di Milena Quaglini è segnata fin dall’inizio dalle asperità: i ricordi dell’infanzia sono legati alla figura del padre, un uomo violento e tirannico, dedito all’alcol, che conclude le sue serate distribuendo schiaffi a moglie e figlie. Milena non attende altro che raggiungere la maggiore età e fuggire: così nel 1976, a diciannove anni, lascia la famiglia e si sposa con un uomo divorziato, di molti anni più grande di lei. Diventa anche mamma di una bambina, ma una malattia incurabile le porta presto via il marito.

Sotto, immagine di repertorio:

La vedova è ancora molto giovane e decide di concedersi una nuova occasione. Conosce Mario Fogli, un operaio, e nel 1989 i due si sposano.

Mario Fogli si svela presto un uomo geloso e violento: Milena riscopre tutte le paure che hanno accompagnato la sua infanzia. La donna denuncia il marito, ma sembra non cambiare nulla. Così crolla in uno stato depressivo che la porta a tentare il suicidio e cerca di attenuare le sue sofferenze con psicofarmaci e bottiglie d’alcol.

Il Fogli, intanto, abbandona il tetto coniugale, ricomparendo soltanto quando ha bisogno di soldi o delle tenerezze matrimoniali di Milena. La donna deve così cercare un lavoro per mantenere se stessa e le figlie, che ora sono diventate due.

Lo trova come donna di servizio a casa di un anziano signore.

Il 25 ottobre 1995 arriva una chiamata all’ospedale di Este, in provincia di Padova. È la domestica di un ottantatreenne di nome Giusto Dalla Pozza; l’anziano è caduto in casa battendo violentemente la testa sul pavimento. I sanitari giungono nell’abitazione e notano i mobili e i muri ricoperti di macchie di sangue; per terra l’anziano agonizzante. Il Dalla Pozza muore qualche giorno dopo in ospedale.

La dinamica dell’incidente è strana, come strane sono tutte quelle macchie sparse per casa che fanno pensare a una colluttazione più che a un accidente, come sostiene anche la donna di servizio che ha lanciato l’allarme. La morte dell’anziano viene però archiviata come accidentale.

Immagine di repertorio:

Un anziano muore e una donna rimane senza lavoro in una città non sua. Ritorna così a casa, nella natìa Lombardia, da un marito geloso e violento dal quale aveva deciso di scappare.

Non è stato un incidente quello accaduto a Giusto Dalla Pozza. L’anziano aveva provato ad abusare della Quaglini, alla quale aveva concesso un prestito di qualche centinaia di migliaia di lire ancora non saldato. Milena Quaglini, la domestica, reagisce alle avances del vecchio e gli fracassa una vecchia lampada sul capo causandone lo stordimento e la rovinosa e fatale caduta sul pavimento.

Milena ritorna a Broni, nell’Oltrepò pavese, nella casa del marito Mario Fogli. La mattina del 2 agosto 1998 alla stazione locale dei carabinieri giunge una chiamata. Dall’altro capo della cornetta si sente una voce agitata che tra i singulti afferma di aver appena ucciso il marito. È Milena Quaglini, alterata dall’alcol dice di aver ucciso il marito colpendolo nel letto con l’abat-jour, poi lo ha incaprettato e strozzato con delle corde da tapparella e infine ne ha occultato il cadavere nascondendolo in un plaid rimasto nel balcone di casa per tutta la notte.

Il crimine turba l’opinione pubblica: in attesa di giudizio, la Quaglini finisce in una struttura di disintossicazione dall’alcol. Una volta guarita sostiene di non pentirsi dell’omicidio del Fogli:

La riteneva la giusta punizione dopo una vita di violenze

Termina il periodo di ricovero e Milena, aspettando l’avvio del processo a suo carico, va a vivere agli arresti domiciliari a Bascapè, in provincia di Pavia. Qui conosce Angelo Porrello. Il Porrello, tornitore di cinquantatré anni, si presenta come un amico che vuole darle una mano per reinserirsi nella società, ma in realtà ha alle spalle una terribile condanna per violenza sessuale sulle figlie. Le propone di andare a vivere con lui per occuparsi delle faccende di casa.

Ritornano gli abusi domestici, come sempre puntuali nella disgraziata vita di Milena Quaglini. E anche questa volta la donna risolverà la faccenda nel sangue: è la sera del 5 ottobre 1999, Angelo Porrello è in cucina con Milena. D’un tratto tenta un approccio; la donna si ritrae e cominciano a volare schiaffi e pugni. Passano alcuni minuti e, dopo essersi calmato, Porrello chiede di bere un caffè.

Sarà l’ultimo della sua vita

Milena Quaglini glielo corregge con una dose di tranquillanti tale che l’uomo fa appena in tempo ad accorgersi del fatto prima di crollare in catalessi sulla tavola. L’uomo viene annegato nella vasca da bagno e sotterrato nella concimaia dell’abitazione. Sarà qui che il corpo di Porrello viene ritrovato molti giorni dopo in avanzato stato di decomposizione.

A novembre la serial killer viene arrestata e dal carcere di Vigevano confessa tutto, anche il primo omicidio del 1995, quello ai danni di Giusto Dalla Pozza, che era stato archiviato come un incidente.

Durante gli anni trascorsi nei penitenziari non si paleserà mai un segno di pentimento in Milena Quaglini. Troppe le violenze tollerate nel corso della sua esistenza:

A ogni schiaffo che prendevo da un uomo, rivivevo tutti quelli presi da mio padre […] Io sopportavo, sopportavo, sopportavo, finché non mi facevano qualcosa di intollerabile che mi faceva esplodere. […] Perché sono stanca dalle botte in famiglia alle botte dal marito, alle botte dalla gente che non conosco neanche. Basta, basta, basta!

Immagine di repertorio:

Il suo legale, l’avvocato Licia Sardo, conferma che la Quaglini ha ucciso i tre uomini perché volevano costringerla a rapporti contro la sua volontà. “Rifiuta però – asserisce il legale – l’idea di aver commesso i tre omicidi: li attribuisce ad un’altra donna perché parla di se stessa in terza persona e dice: “Milena ha fatto” o “Milena ha detto”.

Per il delitto Porrello, Milena viene riconosciuta capace di intendere e di volere. In attesa di sentenza per questo ultimo omicidio – la donna era stata condannata a sei anni e otto mesi per l’assassinio del marito e a venti mesi per eccesso di legittima difesa per quel che concerne la morte del Dalla Pozza – Milena Quaglini, il serial killer dal volto d’angelo, non resiste alla prospettiva di una vita in carcere e, in preda a una depressione sempre più profonda, si impicca con il lenzuolo nella sua cella il 16 ottobre 2001.

Fra i tanti esperti ad essersi occupati del caso anche Carlo Lucarelli:

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