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Che in uno Stato di Diritto possa esistere una Censura istituzionalizzata è già un’idea abbastanza ripugnante. Quando poi si pensa che la storia che stiamo per raccontare è accaduta da noi, in Italia, negli anni ’50 e non nel Medioevo, si rimane senza parole. Se infine si va a considerare che la scure dei moralisti si sia abbattuta non su chissà quale opera sperimentale piena di idee rivoluzionarie o di pornografia, bensì su un modesto film del genere commedia neorealista, interpretato dal grande Totò, viene spontaneo domandarsi: ma cosa ci insegnano, a scuola, sulla Storia recente del nostro Paese? Cosa ha significato, la parola “democrazia”, qui da noi?

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La vicenda di “Totò e Carolina”, prodotto dalla Rosa Film di Carlo Ponti (ma gestita dal marchese Altoviti), comincia quando il film viene messo in lavorazione, nel settembre del 1953, diretto da un giovane emergente che poi si rivelerà un maestro del nostro cinema, Mario Monicelli, senza chiedere il giudizio preventivo della Commissione di Censura voluta da Giulio Andreotti, con cui i governi democristiani del tempo passano al vaglio tutto ciò che potrebbe anche lontanamente traviare l’eccitabile ed evidentemente irresponsabile popolo italico. I censori pretendono di leggere lo stesso la sceneggiatura e la disapprovano senza mezzi termini, perché a loro dire mette in ridicolo le istituzioni dello Stato, soprattutto la Polizia.

Per continuare a lavorare, i due autori (oltre a Monicelli, ci sta mettendo mano un altro grande della nostra cultura novecentesca, Ennio Flaiano) devono cambiare un po’ di dettagli, a volte grotteschi, tipo il nome del protagonista, che da Callarone diventa Caccavallo per sottolineare la sua farsesca irrealtà.

La vicenda raccontata nel film, nonostante il suo tono sempre leggero e le risate che strappa in diversi momenti, affronta in modo tutt’altro che superficiale il problema delle ragazze “sedotte e abbandonate”, importante e serio in quel periodo dominato da un moralismo tanto bigotto quanto ipocrita.

L’agente Antonio Caccavallo, durante una retata di prostitute a Villa Borghese, arresta una ragazza che non ha nulla a che fare con le “lucciole”, ma si trova lì unicamente perché non ha un posto dove andare. Si chiama Carolina De Vico ed è stata costretta a fuggire da un paesotto della provincia, Poggio Falcone, perché oltre a essere un’orfana poverissima, è stata anche messa incinta dal solito dongiovanni da strapazzo che ovviamente si è subito dileguato. Chiarita la sua posizione, in commissariato comincia lo scaricabarile relativo a chi debba occuparsi della noia di riportare a casa la giovane minorenne (all’epoca la maggiore età si raggiungeva a 21 anni) e affidarla a qualcuno che se ne occupi. In un modo o in un altro, la rogna tocca al povero Caccavallo, un vedovo di mezza età che vive con il padre anziano e un po’ rimbambito e con un figlio bambino che cresce allo stato brado.

Caccavallo non ne è entusiasta, ma accetta l’ordine anche perché il commissario gli fa credere che gli manchi pochissimo per raggiungere la promozione a brigadiere, con un aumento stipendiale che gli farebbe veramente comodo. E poi, dice il commissario:

Un fesso si troverà

La missione si rivela però molto più complicata del previsto, perché Carolina non ha nulla da perdere e i suoi pensieri oscillano continuamente tra i progetti di fuga e quelli di suicidio, per cui passa quasi tutto il tempo cercando di attuare uno dei due propositi. Né la situazione del paese, una volta arrivati, offre la minima via d’uscita. L’unico che tenti di dare un minimo aiuto è il parroco, ma tutte le persone che riesce a contattare o sono dei bruti o sono dei sepolcri imbiancati, gente che sotto la patina della rispettabilità nasconde qualche turpitudine, come l’ex affidatario di Carolina, del quale emerge che l’ha molestata sessualmente (allora non era reato).

In mezzo alle sue disavventure, Caccavallo è costretto anche a chiedere aiuto a dei manifestanti comunisti per recuperare la sua camionetta finita in una scarpata (e uno di loro ne approfitta per far scappare Carolina, che sarà ripresa poco dopo) e poi perfino ad affidarsi a un giovane dall’aria poco raccomandabile, che però sembra molto interessato alla ragazza (ma scappa via, per non finire nei guai, quando lei colpisce Caccavallo per metterlo fuori gioco, senza essersi resa conto che lui si è distratto apposta per permetterle di allontanarsi). Dopo un ennesimo goffissimo tentativo di suicidio di Carolina, che tenta di gettarsi in un torrente ma poi è costretta a salvare Caccavallo che si è tuffato a sua volta per recuperarla senza saper nuotare, i due si rassegnano a tornare a Roma senza aver concluso nulla.

Al commissario, Caccavallo riferisce che il problema è risolto e il commissario ribatte: “Cosa le avevo detto? Un fesso si troverà”. Questa battuta fa da contraltare all’ultima scena del film: quando, uscito dal commissario, Caccavallo raccoglie Carolina che lo sta aspettando fuori e, quando lei gli chiede “E ora dove andiamo?”, risponde “A casa di un fesso” e la porta con sé.

Per i censori, già questo finale è degno dei peggiori anatemi. Un polizotto, custode della pubblica morale, che si interessa del destino di una futura ragaza madre e arriva addirittura a prenderla in casa propria, è qualcosa che evidentemente non va giù a nessuno. Ma c’è anche tutto il resto, dai comunisti allegri e bonaccioni al prete viscido che cerca di rifilare la ragazza a chiunque capiti tacendo della sua gravidanza: tutte immagini inammissibili agli occhi di un certo moralismo.

Dal momento in cui il fim è finito (gennaio 1954) a quello in cui può uscire in sala (marzo 1955) ma solo con un rigoroso “divieto di esportazione” (guai se qualcuno lo vedesse all’estero!), è tutto un tira e molla di bocciature censorie e tagli che, man mano, finiscono per mangiarsene 13 minuti (dei 93 complessivi) e per snaturarlo, nonostante resti quello che Totò definirà il suo miglior film prima delle esperienze con Pasolini.

Diventa doveroso aprire una parentesi sui rapporti tra il cinema di Totò e la censura. Quello che oggi è esaltato quale “principe della risata” e imperitura gloria artistica nazionale, da vivo era sempre amato dal pubblico, ma continuamente massacrato sia dai critici sia dai censori, al punto che morì (nel 1967, a 69 anni) profondamente amareggiato dalla consapevolezza di non aver mai fatto nulla di buono.

Se lo snobismo dei critici con la puzza sotto il naso è qualcosa che i comici (tranne poche eccezioni) hanno dovuto sempre mettere in conto, l’accanimento delle censura è qualcosa di ingiustificabile agli occhi di chiunque abbia un minimo di buon senso. Gran parte dei film di Totò uscivano con il divieto ai minori di 16 anni, soprattutto dopo un altro dei suoi migliori film, “Una di quelle” (diretto e interpretato nel 1952 da un altro mostro sacro del nostro cinema, Aldo Fabrizi), al centro del quale c’era ancora la figura della “donna perduta” (una giovane vedova costretta a prostituirsi per curare il figlio malato) la quale desta l’interesse di un “cafone” di buon cuore che, dopo averla rimorchiata in un night club, si trova a dividere con lei una notte di tensione accanto al letto del bambino agonizzante (che però, grazie al senso di responsabilità dell’uomo, che chiama un medico e paga le cure, si salverà).

L’ossessione misogina e sessuofoba di un certo tipo di censore bigotto (messo poi in berlina nel 1962 in “Le tentazioni del Dottor Antonio”, episodio di “Boccaccio ’70”, grazie alla graffiante interpretazione di Peppino De Filippo e alla regia surreale di Federico Fellini) era evidentemente il fulcro intorno al quale ruotava tutta l’idea di lecito e illecito nella produzione cinematografica italiana.

Ma i censori, anche quando si paludano di titoli accademici, non sono mai persone né intelligenti né colte: sono solo povere menti rimaste infantili e capricciose, dietro le quali si nascondono le stesse perversioni che dovrebbero combattere, ma represse, e che mancano del minimo senso del ridicolo. Così, la storia dei tagli inflitti a “Totò e Carolina”, letta oggi, fa quasi ridere per l’assurdità di certe trovate.

Con un ri-doppiaggio posticcio, comunisti diventano semplici patrioti che vanno a manifestare (non si sa per cosa!) cantando “Di qua e di là del Piave” anziché “Bandiera rossa”. Il giovane poco di buono con cui Carolina pensa di scappare, rivelandosi un pregiudicato, anziché prendersela con i poliziotti gli fa i complimenti (la battuta passa da “Io le guardie le conosco, so’ carogne!” a “Io le guardie le conosco, so’ dritte!”). Si continua così ma neanche basta. Alla fine, i censori pretendono (a impuntarsi è addirittura il primo ministro, Mario Scelba, che della polizia aveva fatto il suo personale braccio armato) che ai titoli di inizio sia aggiunto una specie di disclaimer che spiega come il film sia solo un’opera di fantasia senza pretese (non per niente il protagonista è il guitto Totò, citato espressamente nella scritta) che nulla ha a che vedere con la vera attività di polizia.

In totale furono 82 i tagli e le modifiche apportate dalla censura

A ripensarci, la risata amara che viene spontanea si spegne in gola. Sa tutto di déja vu: al tempo del fascismo, il Minculpop pretendeva che i libri gialli stranieri fossero modificati in fase di traduzione (ad esempio, i suicidi dovevano essere trasformati in morti accidentali e i colpevoli non dovevano mai essere italiani) e per un certo periodo pretese perfino che sulle copertine di questi romanzi tradotti fosse precisato che erano riferite a realtà straniere, perché “in Italia, giustizia e polizia sono cose serie”.

Infine, nel 1941, ne vietò definitivamente la pubblicazione

Non ci vuole molto a immaginare che, dietro una tale impressionante continuità, ci fossero le stesse persone di allora, opportunisticamente riciclate dal vecchio al nuovo regime.

Abbiamo potuto finalmente vedere “Totò e Carolina” nella sua versione originale solo all’uscita del dvd “director’s cut” nel 1999, dopo un lungo e impegnativo restauro attuato dalla Cineteca di Bologna sotto la guida del critico Tatti Sanguineti. Lavoro particolarmente complesso perché l’audio di molti tagli era rovinato ed è stato necessario ri-doppiarli, utilizzando per la voce di Totò quella dell’attore Carlo Croccolo, che già lo aveva doppiato negli ultimi anni, quando il “principe della risata”, quasi completamente cieco, non riusciva più a doppiarsi da solo.

Possiamo così apprezzare con ammirazione e nostalgia il prodotto della bravura di artisti che, a differenza di censori e altri inutili tromboni, hanno sempre fatto onore al nostro Paese; non soltanto Monicelli e Flaiano ma anche gli altri interpreti (il compassato Arnoldo Foà quale commissario, lo scanzonato Maurizio Arena quale piccolo delinquente, la bellezza intensa e un po’ dolente di Anna Maria Ferrero, una Carolina che più splendida non si può, e tutti i caratteristi meno noti che li accompagnano) e soprattutto un Totò in stato di grazia, che si muove tra il registro comico e quello drammatico con la stessa naturalezza, genio immortale della scena per talento, per istinto e per applicazione, alla faccia di tutti i censori di questo mondo.

La versione restaurata si trova su Youtube, visibile sotto:

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