Jack White - Boarding House Reach :: Le recensioni di OndaRock


Jack White non ha di certo bisogno di presentazioni. Il folletto della Motor City che negli anni Duemila ha praticamente rivitalizzato quella cosa chiamata rock and roll, dapprima con gli acclamatissimi White Stripes, e in seguito con Raconteurs e Dead Weather, si ripresenta per la terza volta in cavalcata solitaria, e a quattro anni dall’acclamato “Lazaretto”.
Come un perfetto cowboy, White punta a rivitalizzare la propria soma con una mescola a suo modo “nuova”, parimenti orientata qui e là ai consueti riff alla Jimmy Page, così come ai vari squarci strumentali vicini alla musica tradizionale messicana (già ampiamente propinati ai tempi del bellissimo “Icky Thump”); un’idea portata in avanti con la classica strumentazione vintage, nel solco di una rivisitazione che grazie a lui riesce a non apparire la solita polpetta frikkettona fuori tempo massimo. Inoltre, White porta in studio anche svariati sintetizzatori e financo dei tamburi africani, confermando la volontà di cambiare formula, perlomeno in apparenza.

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Al di là dei consueti giretti, dell’orrenda copertina (!) e del modello di fondo sopracitato, “Boarding House Reach” – edito nuovamente per la propria label Third Man – mostra dei coraggiosi punti di “rottura” con i due precedenti lavori, imbevendosi di vaghe bizzarrie zappiane, come nel caso di “Hypermisophoniac”, posta sul piatto alla stregua del geniale e insuperato alchimista del rock; o delle diavolerie elettriche con tanto di rappato alla Beastie Boys e coda sciattamente fusion di “Ice Station Zebra”: un brano costantemente agitato da un piano elettrico schizzato e spinto in “alto” da fughe pirotecniche alla Who periodo “The Who Sell Out”.
Del resto, che il talentuoso chitarrista americano adori impressionare ad ogni costo è risaputo fin dalla notte dei tempi. Basti ricordare il Guinness dei primati raggiunto nel 2014 in occasione della giornata mondiale del disco, il Record Store Day, riuscendo a suonare dal vivo, registrare e produrre fisicamente un singolo in sole 3 ore, 55 minuti e 21 secondi. Il guaio è che stavolta questa sua tensione compositiva non ha di certo reso le cose memorabili, e si finisce spesso con qualche schiamazzo psych di troppo, talvolta dinanzi a una pallida e impavida deriva g-funk (!) (“Get In The Mind Shaft”).

Le due nenie poste in chiusura, gospel la prima (“What’s Done is Done”) e piano melanconico per la seconda (“Humoresque”), non riescono a risollevare un’opera in fin dei conti poco riuscita; uno zibaldone confuso e privo di luce, nel quale l’unico momento “esaltante” rimane paradossalmente la sola traccia ancorata in toto al glorioso passato: “Over And Over And Over”. E questo la dice lunga su quanto risulti scipito il tentativo di reinventarsi in qualche maniera, pur rimanendo sostanzialmente se stesso.
Riprovaci ancora, Jack.

(14/04/2018)

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