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Forse dovremmo iniziare a esplorare tra i pizzi, i merletti e i ghirigori di quell’immensa cattedrale chiamata Duomo, per comprendere i miti e le epopee che abitano la vivace e chiacchierata babele metropolitana – un po’ sacra un po’ profana – soprannominata Milano Noir. Forse dovremmo iniziare con l’interrogare le 3.159 statue che dimorano da oltre sei secoli nel colossale edificio capolavoro del Gotico, per imparare a conoscere i segreti che questa città, indiscutibilmente a cavallo tra leggenda e realtà, porta in grembo.

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Presenze sulfuree e poco luminose, dentro e fuori il Duomo, hanno fatto sì che attorno a questo vetusto “palazzone” prendessero vita una serie di leggende. La più significativa è quella di Carlina, il fantasma che da metà Settecento in poi popola diversi racconti milanesi. Corre voce che, a Milano, Carlina, venga avvistata sotto forma di spettro quando c’è la scighera, la nebbia.

E unicamente in occasioni nuziali

Oggi in Duomo non ci si sposa più. Oggi in Duomo si può solo morire (considerato che al suo interno si svolgono esclusivamente funerali), ma fino al Settecento era consuetudine sposarsi. Ed era proprio in occasione dei matrimoni invernali, col freddo e la nebbia che, dietro ai novelli sposini, era solita fare capolino una donna avvolta in velluto e abiti neri. Una “signorina” evanescente, quasi etera, con occhi bianchi, identificata come la Carlina del Duomo.

Chi era Carlina?

È una ragazza vissuta attorno al 1400. Veniva da Schignano, un paesino in provincia di Como. A prenderla in sposa fu un certo Renzo. I due piccioncini partirono per una delle più sventurate lune di miele. Bisogna immaginare che Milano a quel tempo era molto diversa da come si presenta oggi. Piazza Duomo, per esempio, era molto più circoscritta e attorniata da edifici fatiscenti, con viuzze strette, maleodoranti e malfamate. Abitazioni che, a detta dell’architetto Giuseppe Mengoni, avrebbero dovuto essere sventrate per dare spazio a una metropoli di più ampio respiro europeo.

Il Duomo era un cantiere e la Madonnina sul tiburio come tributo alla Vergine non era ancora stata issata. Ma nonostante l’assenza della statua, Carlina, alle pendici di quella Fabbrica ancora work in progress, volle salirci lo stesso. Senonché, una volta toccata la cima del nascente edificio, le si scatenò dentro un feroce senso di colpa, non nei confronti dell’inganno compiuto ai danni del proprio consorte. Pare, infatti, che Carlina fosse incinta di una relazione precedente e non del marito.
Fatto sta che, la giovane donna, impressionata un po’ dalla quantità enorme di dragoni e doccioni in sasso cosparsi qua e là tra i pinnacoli, un po’ scossa dalle potenti raffiche di vento e dalla fitta nebbia, si fece prendere da un forte senso mistico e, completamente smarrita, si gettò dalle guglie avviluppata nel suo abito di seta nera.

Leggenda vuole che il suo corpo svanì nella foschia

La carne si era dissolta ma la sua anima, a detta di tanti testimoni, riappariva di tanto in tanto ai piedi del Duomo, accanto ai felici neosposi. Addirittura, c’è chi assicura di averla vista in carne e ossa a fine Settecento alle cerimonie nuziali celebrate dentro la cattedrale. Così iniziò a diffondersi la leggenda che Carlina, nonostante fosse ammantata da velluti color corvino, fosse di buon auspicio per gli sposi. Quell’auspicio che, a voler ben vedere, non guardò mai di buon occhio il di lei matrimonio. Sarà per questo che il licenzioso spettro si diletta ancor oggi a elargire fortuna a tutti gli sposi alle prese con lo shooting fotografico nuziale allestito sotto le navate della cattedrale? Che sia persuaso dall’idea che “un grammo di fortuna valga più di una libbra d’oro?”. Viste le congiunture parrebbe proprio di sì.

Il fantasma di Carlina ci traghetta direttamente a un altro spettro che sfarfalla dal 4 ottobre 1376 in via Santa Radegonda. A due passi dal Duomo. In quei pressi, in epoca medioevale, abitava una nobildonna un po’ civettuola di nome Giovannola, rinomata per la sua bellezza e per i suoi carezzevoli capelli color miele che, a fine Trecento, proprio in virtù del suo aplomb, riuscì a entrare nelle grazie di Bernabò Visconti, signore di Milano. Un donnaiolo impenitente che, nonostante fosse sposato con Regina della Scala, con Giovannola ebbe una figlia, la famigerata Bernarda, la quale morì all’età di 19 anni perché papà Bernabò la pizzicò tra le lenzuola con un aitante uomo di corte.

Accecato dalla gelosia la fece imprigionare nel carcere di Porta Nuova dove morì di fame. Ma il colpo di scena ha data e luogo: Bergamo 1424. Sei mesi dopo il decesso eccola ricomparire sotto gli occhi vigili di notai e magistrati mentre cedeva alla modica cifra di ottomila fiorini i suoi beni ai propri fratelli, per poi eclissarsi per sempre.

Possibile che Bernarda l’abbia fatta in barba a tutti?

Ma i ghostbuster più amati di Milano sono quelli che abitano a Castello Sforzesco. Un castello costruito su volontà di Francesco Sforza nel XV secolo e rinnovato circa un secolo fa da Luca Beltrami. Chissà, se l’architetto era a conoscenza delle leggende che popolano la fortezza. Chissà se lo spettro della passionale Bona Di Savoia costretta ad abbandonare la sua folta schiera di amanti (una volta mandata in esilio) tentò di flirtate pure con il bravo architetto alle prese con il restauro del forte milanese. Chissà, se il Beltrami transitando dalla Ponticella del Duca sarà mai incappato nell’ectoplasma di Ludovico il Moro a cavallo, mentre cercava di svignarsela dai suoi nemici, o nel fantasma della celebre Isabella D’Aragona che di notte si aggirava nelle Sale della Rocca (con l’unico scopo di assassinare il Moro) facendo rimbombare le catene nella Sala della Balla al grido di “dov’è Ludovico, dov’è Ludovico?”.

Tuttavia lo spettro più pericoloso aleggia non dentro ma attorno al castello.

Si chiama Dama nera

È lei la vera mangia uomini di Parco Sempione: una donna animata da un istinto sessuale fortissimo. Leggenda vuole che si aggiri tra le viuzze della riserva a caccia di uomini che seduce e che immancabilmente abbandona. Li condurrebbe sapientemente all’interno della sua casa nobiliare in stile eclettico (tutta addobbata a lutto), procurerebbe ai malcapitati amplessi pieni di passione, ma nel momento in cui gli sventurati cercherebbero di vederla in volto, ne rimarrebbero terrorizzati, perché sollevando la veletta, scorgerebbero un teschio. Di questa urban legend esiste anche la versione moderna: non poteva essere altrimenti in una società globalizzata come la nostra! I frequenti habitué del parco giurano che, alle porte del terzo millennio, la Dama dal velo nero abbia assunto le sembianze di una ragazza che fa jogging. Si dice che il gentil sesso elargisca ai passanti uomini consigli, sia sui danni che il fumo provoca sia sull’importanza di mantenersi in forma. Pare che correndo li conduca dritti verso il laghetto di Parco Sempione e che nel momento clou si dissolva in cenere. Per la serie “i fuochi si spengono e le ceneri restano”, ma la Dama è ardente e focosa e così i “fuochi sotto la cenere si riaccendono il mattino dopo”.

Fotografie ©Sara Cariglia.

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