De La Soul - 3 Feet High And Rising :: Le recensioni di OndaRock


“Fly rhymes are stored in a Da.I.S.Y. production/ It stands for ‘Da Inner Sound, Y’All’ and y’all can bet” rappa Posdnuos in un momento di “The Magic Number”, sorta d’ibrido tra libero campionamento e libera reinterpretazione della popolare hit di Bob Dorough del 1973 (ambiguamente celebre anche in Italia, ndr). Gli risponde per le rime, a specchio nell’ultimo brano, “D.A.I.S.Y. Age”, il compare Trugoy: “The soul will let you know it’s time/ And it’s a daisy age”. Quest’ambiguità tra anima, musica soul, margherite e acrostici in codice è alla base di tutto: nome del complesso – De La Soul, latineggiante -, copertina, con le tre facce disposte a petalo e le margheritine in stile graffittaro a benedirle, il tre come numero perfetto, “magico” appunto, il concept liberatorio in anacronistico stile “peace and love”. Tutto concorre a rendere “3 Feet High And Rising” un’entità bastarda ed estemporanea, per quanto certamente esplosiva e dirompente, un’urgente cometa di passaggio, un proclama col compito di enunciare il suo messaggio bislacco ma coscienzioso, e poi dileguarsi.

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Andiamo con ordine. Kelvin Mercer e David Jolicoeur a metà anni 80 sono due amici e compagni della high school di Long Island. In periferia, a Amityville, si dilettano campionando decine di 45 giri d’annata, r’n’b soprattutto, ma non solo. Mercer, il secchione del caso, è già un novello producer in erba col tag “Sound-Sop”. Jolicoeur lo segue a ruota improvvisando rime, incastri di parole, inventando frasi. E cominciano poi a costruire dei pezzi propri, incarnando via via nuove identità, Mercer invertendo il suo vecchio soprannome, da “Sound-Sop” a “Posdnuos”, Jolicoeur invece invertendo il nome della sua merenda preferita, lo yogurt, “Trugoy” (più avanti detto anche “The Dove”). Vi assiste divertito anche un terzo personaggio, più ai margini del progetto ma comunque democraticamente accettato dai due fondatori per via del feeling e della comunanza di visioni e prospettive artistiche, e anzi alzato di ruolo a master of ceremonies, Vincent Mason, aka “Pasemaster Mase”, in un certo senso il frontman, l’uomo-immagine (semmai dovesse essercene bisogno). Sono dunque i De La Soul.

Cogliendo al volo la denominazione della “Golden Age” data dalla critica di settore per indicare (peraltro con straordinaria preveggenza) l’epoca dell’oro della musica rap, e che allora impazzava in tutta la East Coast, la neonata posse s’inventa la venuta della “Daisy Age”, in realtà appunto “D.A.I.S.Y.”, l’avvento del suono interiore, l’armonia vitale. Alle violenze del ghetto, le rivalità tra bande armate, le esistenze distrutte dalla droga e le uccisioni a sfondo razziale, ma anche rispetto alle loro deformazioni in termini di pose, mode e luoghi comuni, il trio opponeva il corrispettivo del flower-power psichedelico per l’hip-hop, pace, amore e uguaglianza, un’era di equilibrio e joi de vivre, di divertimento liberatorio, anche d’ingenua leggerezza d’animo. Ingenua perché all’inizio il combo un po’ sbrocca, prendendosi forse sul serio in un concept fantaspaziale Allen-iano e Bowie-iano, in cui si immaginano in sembianze di microfoni e attacchi – si ribattezzeranno, un’altra volta, come Plug 1 (Mercer), Plug 2 (Jolicoeur) e Plug 3 (Mason) – in una improbabile trasmissione da Marte. La matrice del concept è il loro primo demo, “Plug Tunin’” (1988).

Il dischetto arriva nelle mani giuste al momento giusto. A Tom Silverman (patron della Tommy Boy) quest’idea immaginifica, com’era prevedibile, non interessa granché: ama soprattutto quel loro modo al contempo sfigato e risoluto di declamare, il poverismo quasi rozzo di fondo, la contagiosità sopraffina. Intuisce il colpo grosso: confeziona il pezzo come singolo, lo remixa e dà indicazione ai tre di completare il lavoro. Il disco lungo, il loro entusiastico debutto “3 Feet High And Rising”, non tarda ad arrivare, e il risultato è roseo sopra ogni aspettativa. Di marziano è rimasto comunque l’uso al contempo sia piuttosto libero che chirurgicamente confezionato dei campionamenti, e soprattutto il susseguirsi, come in un vaudeville lisergico, di gestualità e invenzioni, di commentari spiritosi, spensierati eppur taglienti, e di siparietti sbrigliati al limite della stand-up comedy.

Uno dei fulgori del disco è lo splendido uptempo generazionale di “Eye Know”, con fischiettio assordante, chitarra gioviale, rapper disillusi e schegge vaganti di cori (anche se di fatto è un remix della “Peg” dei Steely Dan). Altro fulgore è di certo la ballabile e gommosa “Me Myself And I”, supersonica al synth, alle sincopi travolgenti del ritmo, e un severo proclama di riflessione individuale. Esalazioni esotiche e tribali si librano poi nel soul vecchio stile mandato in loop continuo di “Change In Speak”, con un rap colloquiale, quasi confidenziale. Appena un gradino sotto stanno “Tread Water”, uno sciacquio “concreto” (ottenuto solo scratchando col giradischi le vocali), con una squisita pianola retrò insistente, e il funk discinto, spezzato da uno yodel e poi da uno sconquasso di vocali, di “Potholes In My Lawn”.

La pratica risposta alla moda del gangsta-rap dei rivali-colleghi N.W.A, Ice-Cube e compagnia arriva in due momenti significativi: il velenosissimo beat, quasi subliminale, che innerva “Ghetto Thang” (con ritornello fatto d’elettronica e campioni parlati casuali) e poi nella notissima chitarra campionata a mo’ di “signature” di graffiti in “Say No Go”, forte della più incalzante delle staffette rap tra Posdnuos e Trugoy, ma comunque tutta giocata sul ritmo a locomotiva, pompatissimo sul basso. Un grande esempio di concertazione collettiva (con Q-Tip e due membri dei Jungle Brothers) sta in “Buddy”, spettrale soul dominato dalla concatenazione delle narrazioni, a tratti quasi in forma libera. E il già citato proclama finale “D.A.I.S.Y Age” contiene anche l’ultimo asso nella manica, un beat balbuziente di pause vertiginose. Sorniona ma spettacolare è anche “Jenifa Taught Me”, con analogo beat a stop e ripartenze, e introdotta dai rumori lisergici del giradischi e forte di un collage con pianolina scolastica.

Disco nel disco sono poi gli intermezzi, gli “skit”, afferenti alle sit-com se non alle soap. Con una “Intro” parlata che fa da divertito appello, si svaria dai gridolini orgasmici di “De La Orgee” allo sbracato freestyle contro le pose consumistiche di “Do As De La Does”, dalla beatbox altamente creativa di “I Can Do Anything” si passa ad apprezzare il rapping radiofonico al campionatore di “Cool Breeze On The Rocks”, fino alla spassosa conversazione in francese inceppata in “Transmitting Live From Mars”. “Take It Off” testa la capacità dei tre di creare armonie drammatiche usando solamente una base ritmica delle più spartane. Ma la più importante innovazione, nemmeno troppo sfruttata dai loro seguaci, sta in “Can U Keep A Secret”, davvero un raro caso di rap collettivo totalmente in sottovoce. E’ il trionfo di un non-sense superbamente comunicativo, e della loro preferenza a esprimersi per situazioni e imprevisti più che per parole e arrangiamenti tradizionali. Una seconda via del loro manifesto.

Diversi fattori contribuiscono a fare la grandezza del primo long-playing dei tre newyorkesi (la contea di Long Island ha uno dei più bassi tassi di criminalità di tutti gli Usa): la produzione del compaesano Paul “Prince Paul” Huston, il quarto De La Soul, anche il mentore che li ha lanciati; la straordinaria, Zappa-esca varietà degli episodi, come in un teatrino coinvolgente; la valida maestria nelle rifiniture, negli attacchi a sorpresa, nelle giunture tra voce e basi; la propulsione contagiosa dei ritmi, l’elemento da cui maggiormente e più spontaneamente sgorga l’entusiasmo che pervade l’opera; la ricchezza dialettica nell’esporre una visione culturale, o sub-culturale, e dunque un periodo irripetibile che ha ancora ripercussioni. C’è tutto quell’amore per il campionatore economico e il funk Clinton-iano (ma ci sono anche il soft-rock lungimirante di Hall & Oates, Eric Burdon, Johnny Cash, Jefferson Starship, e svariati altri) che non era del tutto riuscito ai pur mitici Ultramagnetic MC’s l’anno prima. Se Clinton aveva inventato il funk psichedelico, il trio inventa, anche giocosamente, l’hip hop psichedelico. Ed è il tramite sontuoso tra i suoni fatti in casa e l’estetica pacifista di Afrika Bambataa e il sampling d’avanguardia di DJ Shadow. La prima stampa in cd acclude affettuosamente la prima versione di “Plug Tunin’”. “Freedom Of Speak”, suo lato B, si trova nel disco bonus dell’edizione deluxe (2001). Tra i seguiti, tutti nettamente inferiori ed equivoci, il migliore è “Buhloone Mindstate” (1993), ma è anche un’altra cosa.

(12/08/2018)

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