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È il 5 luglio 1950 quando a Castelvetrano, in provincia di Trapani in Sicilia, viene ritrovato il corpo esanime del ricercatissimo bandito Salvatore Giuliano. Per molti fu un criminale, lo spietato autore degli efferati crimini che gettarono per lungo tempo la Sicilia nel sangue. Per altri, fu un eroe romantico, un moderno “Robin Hood” siciliano, l’uomo le cui gesta simboleggiarono la resistenza di un popolo martoriato da un sistema oppressivo e rovinoso.

La sua storia, assimilabile a una leggenda, è stata oggetto di Segreto di Stato sino al 2016

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Sopra, alcuni uomini di fianco al cadavere di Giuliano.

Salvatore Giuliano, non è un nome che passa indisturbato tra i discorsi della gente. Per coloro che hanno condiviso i suoi giorni, esso rievoca tutti i sapori e gli affanni di un’epoca incerta e violenta. Nella storia di questo giovane, sempre in fuga ,e di quei sacchi di grano che era costretto a contrabbandare, si è sviluppata una vicenda che ha intrecciato la sua vita ai moti di un tempo che spesso ha visti protagonisti giocatori dal doppio volto, in una miscela di mafia, banditismo, politica e leggenda.

La fame è un terribile male e quanta fame c’era nelle sperdute vallate di quella Sicilia reduce della Seconda Guerra Mondiale e sulle spalle di quei suoi figli, abbandonati al volere di un dominatore e poi di un altro, macinati senza difesa o esitazione alcuna.

Per sopravvivere vi erano ben poche strade. Chi sceglieva il banditismo, chi alimentava le fila della mafia e chi, per tirare avanti, contrabbandava i generi alimentari di prima necessità.

Si parla di un tempo in cui il grano scarseggiava divenendo pertanto un elemento estremamente prezioso, che le autorità badavano bene a controllare con perizia oculata, sottoponendo i confini di ogni provincia a una ferrea vigilanza, vietando ai poveri contadini di nascondere, macinare o possedere quantità non autorizzate del ricercato bene.

Giuliano, nato nel 1922 a Montelepre, in provincia di Palermo, era allora un ragazzo semplice, figlio di contadini che con umiltà e grazia traevano sostentamento dal nutrimento che quella terra e la sua arida natura poteva loro offrire.

Sotto, ritratto di Salvatore Giuliano:

Aiutando il padre nel piccolo appezzamento di terra acquisito con i frutti delle fatiche compiute in America, egli apprese ben presto il valore del sacrificio, della condivisione e dell’aiuto reciproco; tant’è che per mezzo di un piccolo mulino, da lui fabbricato, produceva la farina che di nascosto regalava alla povera gente, salvando dalla fame innumerevoli famiglie.

Quando il fratello maggiore venne chiamato alle armi, per Giuliano, rimasto ormai solo a prendersi cura dei genitori, quel contrabbando di generi alimentari, per quanto rischioso, divenne la naturale conseguenza della necessità di sopravvivenza.

Ma ogni cosa era destinata a mutare e il 2 settembre del 1943, mentre l’appena ventunenne Giuliano attraversava guardingo la contrada Quarto Mulino di San Giuseppe Jato, alcuni carabinieri e guardie campestri lo fermarono, scovando immediatamente la refurtiva che egli trasportava.

“Turiddo”, così lo chiamavano tutti, non ebbe il tempo di pensare. Con un guizzo di inaspettato coraggio, saltò oltre le erbacce abbozzando una fuga, ma le sue gambe non furono più leste del proiettile che rapido lo intercettò colpendolo gravemente al fianco sinistro.

 

Sentito l’ordine dato da un carabiniere al sua collega, di finire il giovane qualora lo avesse trovato ferito, Giuliano agguantò la pistola che portava sempre con sé per difesa e colpì a morte il carabiniere.

Da quel lontano giorno il suo destino era segnato

In ben poco tempo la cittadina fu sotto assedio. Le Forze dell’Ordine lo cercavano senza remore alcuna e alla Vigilia di Natale del ’43, durante una delle molteplici intrusioni presso la casa dei genitori, prelevarono il padre picchiandolo ferocemente al fine di cavare qualche informazione sul nascondiglio del figlio.

A proposito di tale evento il cognato Sciortino disse:

«Quando Giuliano seppe che un militare aveva preso a calci e pugni il padre per sapere dov’era il figlio, andò su tutte le furie e andò ad aspettare i carabinieri dove passavano i convogli. Quando li vide arrivare aprì il fuoco: un carabiniere cadde e un altro rimase ferito».

Ormai costretto a vivere nell’incertezza di una fuga improvvisa, riparando presso i monti e i molteplici nascondigli segreti, in breve tempo Giuliano radunò intorno a sé una schiera di compagni di sventura, dando origine alla famosa banda di Giuliano. A essa sono stati attribuiti molteplici reati perpetrati per lo più contro i ricchi possidenti del luogo. Parte del ricavato ottenuto dalle rapine e dai sequestri veniva offerto ai più poveri, alimentando così l’apprezzamento locale e quel sentore di eroismo e coraggio che gli è stato spesso attribuito.

La sua fama crebbe di giorno in giorno. Nel 1945 venne contattato dal MIS (Movimento indipendentista siciliano). L’EVIS (l’Esercito Volontario per l’Indipendenza siciliana) lo nominò suo colonnello, ingaggiandolo a pieno titolo nella sua missione.

Divenne simbolo della ribellione del Sud

La mafia ed i poteri forti sembrano mostrare in questa fase il loro beneplacito verso colui che sembrava offrire inconsapevolmente garanzie ai vecchi sistemi di potere quivi esistenti.

Risulta curioso constatare come questo ragazzo, partito dal nulla, avesse in ben poco tempo acquisito grande rilevanza nell’assetto politico del tempo. Non irrilevanti i presunti collegamenti con il servizio segreto americano. Ma la sua fama fu tale che il corrispondente di guerra statunitense Michael Stern, divenuto famoso per la sua esclusiva “intervista a Giuliano”, finì addirittura per recapitare una sua missiva al presidente degli Stati Uniti Harry Truman, in cui Giuliano chiedeva supporto economico e armi per la causa degli indipendentisti siciliani.

La strage di Portella della Ginestra

Il movimento separatista non ebbe però il successo auspicato, e a un certo punto Giuliano sembrava non servir più a coloro che desideravano mantenere quel delicato corollario di interessi ed equilibri di potere. È più che mai in questo momento che verità e menzogna si mischiano, gettando una patina d’ombra sulla realtà dei fatti di lì a poco occorsi e che trovarono esemplare manifestazione nella tragedia avvenuta il 1° Maggio del 1947 a Portella della Ginestra.

L’annuale festa del lavoro, molto sentita dai lavoratori siciliani, si svolgeva in un clima di grande subbuglio ideologico e sociale. Nessuno immaginava ciò che sarebbe accaduto. Erano da poco passate le 9:30 quando una cascata di proiettili si scagliò impietosa sulla folla inerme.

Si contarono presto 11 morti, tra i quali due bambini e un numero crescente di feriti. I siciliani erano sconvolti. Le madri gridavano disperate i figli e mariti perduti. Ogni cosa era avvenuta inaspettata nel giro di pochi istanti, aprendo piaghe insanabili nel cuore di quel popolo ignaro che ora esigeva un nome. Ma quel colpevole sembrava già avere un nome, quello di Giuliano e dei suoi commilitoni.

Giuliano negò sempre e con disperato ardore ogni responsabilità sull’accaduto. Come poteva, colui che aveva da sempre aiutato quel popolo, sparare senza coscienza alcuna sulla propria gente?

Poco prima della strage egli aveva grandemente finanziato la campagna elettorale dell’Aprile del 1947. Pertanto, secondo la versione di Giuliano, a Portella della Ginestra egli aveva intenzione di catturare colui reputava averlo tradito: Giuseppe Li Causi.

Esponente del PCI, Li Causi era venuto meno alla parola data a Giuliano non sostenendo l’esponente del MIS Antonino Varvaro durante le elezioni e sabotandone pertanto la vittoria. Per Giuliano pochi colpi sparati in aria avrebbero dovuto permettere la cattura di Li Causi, ma questi, precedentemente avvertito, non era in realtà presente durante la manifestazione. Giuliano nemmeno immaginava il complotto ordito alle sue spalle. Nel caos di quella massa incontrollata, alcuni mafiosi lì presenti, avevano iniziato a sparare contro la gente inerme spargendo poi la voce di un massacro pianificato dal giovane bandito.

Perizie più accurate e le prove rilevate sui corpi dei malcapitati concorsero in seguito a screditare l’ipotesi di colpevolezza di Giuliano o della sua banda, soprattutto per il genere di arma impiegata, difficilmente attribuibile all’arsenale della banda monteleprina.

Il grande quesito sulla verità di quel sangue innocente, gettato invano sulle vallate di un terreno inaridito dal silenzio e dalla menzogna, resterà forse per sempre insoluto

Tra le ipotesi, la più accreditata vedrebbe una responsabilità attribuibile a quei poteri operanti nell’ombra, decisi a debellare sul nascere, le richieste di un popolo affamato che si apprestava pian piano a combattere per i propri diritti.

Dopo questo episodio per Giuliano non vi fu più scampo. La sua credibilità era stata ormai gravemente minata. Tutti lo cercavano. In molti, tra i quali i suoi stessi compagni, prendevano già accordi sulla sua testa. Una testa che valeva lauti favori e possibili assoluzioni.

Tradito e isolato da coloro che egli aveva sostenuto, Giuliano si rese ben presto conto che Portella della Ginestra altro non era che il frutto del ribaltamento della situazione. Una situazione in cui egli era ormai divenuto una pedina scomoda e non più utile.

Ma non per questo egli si fermò. A lungo denunciò le angherie e le deportazioni subite dalla popolazione per opera dello Stato. Gli attacchi contro le caserme ed i militari aumentarono, incrementando al contempo le fila di coloro che pregustano il momento della sua esecuzione. E questo non tardò molto a giungere.

Una morte su cui esistono oltre sedici versioni

E ritorniamo a quel 5 luglio 1950 a Castelvetrano, a quando il suo giovane corpo trafitto dagli spari venne trovato inerme, con il petto rivolto verso quell’asfalto che in passato egli aveva già attraversato.

Secondo la versione ufficiale Giulaino fu vittima di un conflitto a fuoco con i carabinieri. Eppure quel sangue impresso sulla bianca canottiera, aveva da subito colpito l’attenzione dei giornalisti giunti sulla scena. Esso attraversava il corpo verso l’alto, lasciando supporre che il corpo fosse inizialmente posizionato diversamente.

La tomba di Salvatore Giuliano:

Secondo altre ipotesi, Giuliano sarebbe morto nel sonno, lontano da Castelvetrano, presso la cosiddetta “Villa Carolina”, ove esecutore dell’omicidio sarebbe stato proprio il cugino Gaspare Pisciotta, detto “Aspanu”, che lo avrebbe tradito in seguito a un accordo con le forze dell’ordine. Seguendo tale ipotesi, il corpo sarebbe stato trasportato solo in seguito sul luogo del ritrovamento, permettendo così la farsa dello scontro con i carabinieri, vincitori pubblici della battaglia contro il micidiale bandito.

Nel corso di un’udienza lo stesso Pisciotta urlò:

Banditi, mafia e carabinieri eravamo tutti una cosa come la Santissima Trinità: il padre, il figlio e lo spirito santo

Egli venne trovato morto in carcere, avvelenato, poco prima di riuscire a raccontare quella verità scomoda che si era finalmente deciso a confessare.

Una versione più recente, frutto delle testimonianze dei protagonisti della vicenda ancora in vita, (ad opera del professor Michele Antonino Crociata), vede come autore del delitto il bandito Nunzio Badalamenti, uscito segretamente dal carcere al fine di compiere, in cambio di favori, l’omicidio del giovane bandito.

La misteriosa vicenda del bandito Giuliano, è stata narrata anche dal film di Francesco Rosi “Salvatore Giuliano”, vincitore dell’Orso d’argento nel 1962 per il migliore regista e selezionato tra i 100 film italiani da salvare.

Dal giorno della morte del bandito Giuliano è trascorso molto tempo, ma le verità impresse su quei documenti sui quali il segreto di Stato sarebbe dovuto ormai venir meno e che potrebbero consentire di fare chiarezza su una delle più gravi stragi italiane e sulle reali colpe di un uomo e dei suoi compagni sembrano non poter ancora vedere la luce.

E se forse esiste una morale in questa storia, essa potrebbe essere che, in fondo, la verità è un dono dalle sfumature pericolose, un dovere dal caro prezzo che non sempre si è disposti a pagare.

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