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Siamo nel XVI secolo, le Americhe sono state da poco scoperte e la colonizzazione è ancora all’inizio. Nell’America del Sud i Conquistadores, attratti dall’oro, stanno già facendo mattanza di popoli, ma nell’America del Nord le ricchezze delle “Nazioni” native americane non fanno gola ai regnanti Europei, allora interessati ai metalli e alle pietre preziose anziché a vaste terre da occupare e a miniere d’oro ancora da scoprire.

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Alla fine del secolo, precisamente nel 1587, un uomo di nome Walter Raleigh riceve da parte della Regina Elisabetta I il mandato di colonizzare lo stato della Virginia, e l’isola di Roanoke che fa parte di quei territori. Il suo tentativo era il terzo in due anni, dato che nel 1584 e 1585 l’isola era già stata invasa da Ralph Lane e Richard Grenville, che fecero sbarcare 108 persone provenienti dall’Inghiterra. Quei primi inglesi distrussero un villaggio di nativi per futili motivi, e poi respinsero un attacco di questi ultimi con i moschetti, fuggendo per la paura dall’insediamento. Chi li recuperò era il capitano Francis Drake, uno dei pirati più famosi di tutti i tempi.

Sotto, Walter Raleigh:

L’incarico di Elisabetta I per Raleigh è chiaro, deve:

Scoprire, cercare e vedere queste terre, paesi e territori remoti e barbari … per avere, detenere, occuparle e godere

Siamo quindi nel 1587, e il tentativo organizzato da Raleigh è il secondo in due anni. Questi incarica tale John White, un amico artista, di colonizzare l’isola. Il 22 luglio 1587, White e 114 coloni sbarcano, ma ad attenderli c’è un’amara sorpresa. Sull’isola avrebbero dovuto trovare un piccolo contingente rimasto ad occupare gli insediamenti inglesi, ma ad aspettarli trovano solo uno scheletro. Convinti a tornare indietro, i 115 coloni si trovano sbarrata la passerella delle navi da Simon Fernandez, il capitano, il quale sostiene che avrebbero dovuto colonizzare l’isola a tutti i costi.

Nonostante l’inizio in salita, sembra che si stabiliscano buoni rapporti con i nativi locali, accasandosi pacificamente.

L’idillio dura poco

Un indigeno uccide un colono, George Howe, che si era allontanato dal suo territorio in cerca di granchi. White viene costretto dalla comunità a tornare in Inghilterra a chiedere rinforzi. Il giorno della sua partenza erano presenti 115 inglesi vivi sull’isola, compreso il primo neonato inglese in assoluto sul futuro suolo statunitense, Virginia Dare, che è la nipote di White.

Sotto, il battesimo di Virginia Dare in una litografia del 1880 di Henry Howe:

White torna in Inghilterra, ma non può sapere che nel mentre è infuriata la guerra Anglo-Spagnola (1585-1604), che impiega tutte le navi disponibili nel paese e lascia bloccato White per i seguenti 3 anni.

Dopo una lunga attesa, il comandante della colonia riesce a tornare su Roanoke grazie a un passaggio in un’imbarcazione con John Watts e Walter Raleigh. Il vascello sbarca a Roanoke il 18 Agosto 1890, ma ad attendere l’equipaggio c’è un’amara sorpresa.

Dei coloni inglesi non v’è più traccia

Le case erano state abbandonate e non era stato lasciato alcun messaggio. Gli uomini non trovarono nessuno dei 90 uomini, 17 donne e 11 bambini che dovevano esser presenti, e non rinvenirono nemmeno segni di lotte o battaglie combattute coi nativi, se non che gli edifici erano stati interamente rasi al suolo.

L’unico messaggio scoperto fu l’enigmatico:

CROATOAN

Che coincide con il nome di un’isola, oggi chiamata Hatteras. Il nome è inoltre molto simile a quello di un piccolo gruppo di nativi di quella zona, che si chiamano “Croatan”. L’equipaggio della nave del era stanco e impaurito, e nonostante le richieste di White si rifiutò di proseguire oltre alla ricerca dei coloni sulla vicina isola o di cercare i coloni fra i nativi locali.

Le ipotesi della fine della colonia di Roanoke sono molteplici. La prima, ma solitamente meno accreditata, è che vennero semplicemente sterminati dai nativi locali. La confutazione inizia dalla totale assenza di segni di battaglia, e poi c’è quella parola incisa sull’albero, CROATOAN, che apre spazio alla seconda ipotesi, ovvero la migrazione dei coloni sull’isola vicina o nell’America continentale.

Fra tutti gli studiosi che si sono occupati della questione, le ipotesi che vanno per la maggiore sono quelle di un’integrazione dei coloni con i nativi locali. Questi non avrebbero sterminato interamente la colonia (forse risparmiarono le donne o i bambini) e sono diverse le etnie che reclamano discendenti dalla colonia perduta di Roanoke. La principale indiziata è quella dei “Lumbee”, oggi composta da 60.000 individui, che dovrebbero avere parte del sangue dei coloni perduti di Roanoke. Altre nazioni sono quelle dei Tuscarora e dei Wyanoak.

Uno studio sul DNA, dal nome “The Lost Colony of Roanoke DNA Project”, del 2007, sembrerebbe confutare queste teorie, perché non è stata trovata traccia del DNA mitocondriale di nessun discendente di quei primi coloni nei soggetti esaminati.

Nel 1998, un team guidato dal climatologo David W. Stahle, dell’Università dell’Arkansas, e dall’archeologo Dennis B. Blanton, del College of William and Mary, ha analizzato gli anelli di alcuni alberi di cipresso antichi 800 anni, prelevati dall’area dell’isola di Roanoke, dalla vicina Carolina del Nord e dall’area di Jamestown in Virginia, in modo da ricostruire la cronologia delle precipitazioni e della temperatura dell’arco temporale esaminato.

Lo studio ha consentito di appurare che i coloni andarono incontro alla peggiore siccità degli ultimi 800 anni. L’incredibile evento ebbe luogo fra il 1587 e il 1589, e fu l’episodio più secco dell’intera ricostruzione di 8 secoli. Gli autori suggeriscono che i coloni potrebbero esser stati massacrati dai nativi a causa della siccità, che li costrinse a cercare risorse idriche e alimentari anche nel territorio dei coloni.

Trattandosi di un mistero così importante per gli statunitensi odierni, madrelingua inglese e di cultura anglosassone, le teorie e gli studi effettuati sono molteplici. Alcuni suggeriscono che i coloni potrebbero esser stati sterminati da qualche spedizione di spagnoli, ma le prove sono inesistenti. Una teoria più interessante riguarda le “Dare Stones”, le pietre lasciate da Eleanor Dare, madre di Virginia. La prima venne scoperta nel 1937 da L.E. Hammond, un turista californiano, che la portò alla Emory University di Atlanta, dove fu esaminato dal dott. Haywood Jefferson Pearce, Jr., professore di storia americana

Sotto, la prima Dare Stones:

Ananias Dare &

Virginia Went Hence

Unto Heaven 1591

Anye Englishman Shew

John White Govr Via

Il testo, in inglese antico dell’epoca elisabettiana, afferma che il marito Ananias e la figlia Virginia erano morti, e chiedeva a chi trovasse la pietra di comunicarlo al padre. Pearce dichiarò che la grafia e il contenuto non era incompatibile con i fatti storici noti. Dopo questo ritrovamento vennero trovate decine di altre pietre di Eleanor Dare, ritenute però dai più tutte dei falsi storici.

La ricerca archeologica e la combinazione di un sempre maggior numero di campioni di DNA probabilmente riuscirà, prima o poi, a dare una risposta sul destino di quei primi coloni di Roanoke.

Sotto, un video del National Geographic ricostruisce in modo molto efficace il mistero:

Il caso ha ispirato numerosi libri e produzioni cinematografiche. L’ultima in ordine di tempo è la serie di American Horror Story dal titolo “Roanoke”, che si ispira parzialmente ai coloni perduti dell’isola:

Tutte le immagini sono di pubblico dominio.

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