Aaliyah :: Le recensioni di OndaRock


Di un amore (che non ho)

Che poi forse non è neanche un vero amore, magari si tratta solo di una frivola infatuazione passeggera scaturita da un misto tra solitudine, affetto inespresso e una primavera di ormoni in subbuglio. Ma qualunque cosa sia, ogni volta che quella persona lì entra nella stanza ti si crea immediatamente un enorme vuoto allo stomaco. E il vuoto si avverte ancor più profondo quando quella persona lì si rivolge a te con un sorriso complice, ti guarda negli occhi e ti racconta delle sue pene d’amore e dei suoi problemi, perché di te ormai si fida ciecamente dal momento che sei sempre così disponibile all’ascolto e sai dispensare solo buoni consigli. Ma come diamine fai davvero a dire sempre la cosa giusta? Aspetta un attimo però, stavolta mi sa ti ci stai avvicinando! Sembra quasi che quella persona lì sia sul punto di riconoscere finalmente il tuo vero valore, pronunciare quelle due famosissime paroline magiche e darti un bac… no, tutto si risolve in un amichevole abbraccio, e quei castelli assurdi pieni di principesse felici e coreografie di tazze volanti che ti si erano creati in testa crollano per terra con un tonfo sordo.

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La storia è piena di scenari simili, potete chiedere a chiunque nel campo della letteratura, del cinema, della danza, della pittura e della musica: può l’Arte alleviare il dolore delle pene d’amore? (Detta in chiave moderna: può l’Arte trasformarsi in un caldo asciugamano per alleviare i brividi del bagno gelato di una friend zone?). Chiedete a Dante e Petrarca, chiedete a Canova, chiedete a Joni Mitchell. Oppure chiedete a Stephen Ellis Garrett, noto anche come Static Major e già membro del quartetto vocal-r&b Playa, famoso verso la fine degli anni 90 con la marpionissima hitCheers 2 U“. D’accordo, quest’ultimo non sarà forse il nome più gettonato dai grandi critici dell’Arte, ma il suo contributo al tema delle pene d’amore non andrebbe comunque messo in secondo piano, perché sappiamo per certo che il malcapitato è stato assoldato alla corte della più tenera, dolce e sibillina Musa della musica popolare degli ultimi 20 anni. Per Garrett, quella persona lì ha preso vita tramite il corpo e la voce di Aaliyah Dana Haughton. Osservando meglio questa vecchia polaroid sbiadita, anche da sotto gli occhiali da sole le espressioni del duo spiegano più di mille parole.

Non è dato sapere quali siano stati i reali termini del loro legame personale, d’altronde non lo sapremo mai perché entrambi hanno già abbandonato questo mondo da diverso tempo (agli occhi di tutti i conoscenti, il rapporto artistico/lavorativo era sicuramente professionale). Ma le varie sfumature di tensione emotiva ed erotica che i due hanno saputo mettere in scena è stata delle più tenere e al contempo possenti, una sinergia che scuote i solchi di “Aaliyah” e scorre densa e inarrestabile come il rosso sangue della foto di copertina.
Se Garrett era un ispirato paroliere – e qui lo troviamo responsabile di gran parte dei testi -, Aaliyah era proprio l’unica al mondo in grado di interpretarne le liriche a quel modo, rispedendogliele indietro in un masochista gioco delle parti, tipo: io – Garrett – penso a te tutti i giorni ma non ti posso avere, quindi – poiché tu sei una cantante – io scrivo una canzone d’amore dedicata a te e tu me la ricanti indietro, così posso per lo meno pensare che tu la stia dedicando a me. Morboso, vero? L’autolesionismo emotivo del genere umano non finirà mai di stupirci, ci siamo passati tutti, chi per un verso chi per un altro, ed è per questo che dischi come “Aaliyah” non invecchiano mai.

 

Ma anche volendo insistere sulla teoria di un amore impossibile e torturato, la dolce Aaliyah di per sé non era sicuramente una stronza senza cuore. Solo che, nella sua pur breve carriera, è stata quasi inconsciamente capace di far capitolare chiunque sia entrato in studio con lei. Vuoi per la sua (apparente) fragilità che instigava protezione come se fosse una sorella minore, vuoi per quel sorriso smagliante e un sinuoso corpo d’ebano, vuoi per quell’indole quieta e gentile ma venata d’acciaio, o per quel suo modo di muoversi così sommessamente seducente e mai volgare – R. Kelly se la volle sposare a forza quando lei aveva solo 15 anni, mentre gli altrettanto allupati (ma ben più rispettosi) Timbaland & Missy Elliott per lei misero a punto un nuovo stile di produzione con “One In A Million” e singoli della portata di “Are You That Somebody?” e “Try Again“, tutta roba che s’impose da subito come lo standard per il contemporary-r&b dei tardi anni 90, trasformado l’interprete in uno dei volti più amati del periodo. Ma mentre “One In A Million” è rimasto un (ottimo) cimelio della propria era, “Aaliyah” suona più contemporaneo e influente oggi che non ai tempi della sua controversa pubblicazione.

L’incudine di seta: il beat come perno dell’r&b del nuovo millennio

L’iconica apertura del disco porta ancora la firma di Timbaland; “We Need A Resolution” si avvolge su un serpeggiante ostinato mediorientale sottolineato da un morbidissimo synth, mentre il ritmo al passo scandisce l’andamento che si terrà su gran parte dell’album: qui non si corre né si urla, ma s’incede con la calma e la sicurezza di chi non ha nulla da dimostrare a nessuno. Anzi, Aaliyah al momento sta comodamente seduta sul divano mentre batte il piedino sul pavimento e aspetta una risposta:

What’s your problem?
Let’s resolve it

Dentro c’è di tutto: rabbia e frustrazione, ma anche necessità di tenere sotto controllo quel pungente senso di tradimento che sta sfociando in una tracotante sicurezza di sé. Per dare vita a questa pletora di emozioni, la scrittura si “frantuma” e arriva a dare i migliori risultati di questo peculiare stile di r&b.
Avete presente le cornici concentriche della Settimana Enigmistica? Ecco, il ritmo della canzone è come il quadratino nero a centro pagina, un possente perno di tastiere hi-tech piantato nel terreno, attorno al quale tutto il resto s’incastra formando cornici che girano in orbita senza toccarsi ma che hanno tutte il loro posto nel quadro finale dell’opera: ci sono il soprano leggero della voce che dipinge languide linee melodiche e i soffici coretti di contorno che sussurrano all’unisono come le proverbiali vocine nella testa, c’è il refrain che continua a ripetersi e c’è lo stesso Timbaland che vocifera in un angolo. Tutti entrano ed escono, si ripetono e si rincorrono; il risultato è un pezzo in cui gli arrangiamenti riempiono organicamente gli spazi in alto e in basso, a destra e a sinistra, donando la tridimensionalità produttiva di una mini-orchestra. Il segreto della riuscita complessiva sta nella nonchalance col la quale il tutto viene assemblato, facendo attenzione a non distogliere mai l’attenzione né dall’interprete né dallo svolgimento delle liriche.

La successiva “Loose Rap” illustra ancor meglio l’efficacia che può avere un semplice beat quando viene ben posizionato al centro; stavolta è lo stesso Garrett aka Static Major a fare l’ospite di turno e porre le proprie scuse alla Signora di casa, ma quest’ultima s’è rotta le scatole e i suoi pensieri si frastagliano in una miriade di canti e contro-canti che sembrano proprio ricalcare le balbettanti scuse del loose rapper in questione. Più che una “canzone”, un collage di pensieri assemblati tra cibernetiche sonorità in bilico costante tra r&b e hip-hop. Stiamo sbandando al di fuori del semplice concetto di radiofonico, l’attenzione al dettaglio e le stratificazioni sonore meticolosamente assemblate in studio con gente del calibro di Rapture, Bud’da ed Eric Seats fanno dell’intero “Aaliyah” un ascolto in realtà molto meno immediato del previsto, ma è proprio questa la cartina al tornasole per gran parte delle rimanenti tracce. Vedasi per esempio anche “Those Were The Days”, che offre uno sguardo al passato prosciugato di ogni nostalgia di troppo tramite un minimale lavaggio sintetico e i delicatissimi intarsi di un flauto etnico.

Il trittico centrale dell’album non fa che espandere l’idea di r&b verso nuove soluzioni, con Aaliyah che mantiene saldo il controllo dell’interpretazione mentre la materia musicale attorno a lei cangia dall’electro-pop all’elettronica alla sampledelica dell’hip-hop.
L’irresistibile “Extra Smooth” è come il passo di un felino che si aggira sui davanzali nel cuore della notte, il ritmo s’intensifica nel momento in cui la preda viene avvistata ma presto si ridistende per allungare a proprio piacimento il sadico gioco della caccia – e in questo Aaliyah è una vera Regina, capacissima d’irretire l’ascoltatore con un sussurro appena e due linee di basso e tastiera distorta che viaggiano all’unisono. “Read Between The Lines” invece si contamina di influenze latine tramite un accenno di salsa, e il pezzo si tramuta presto in una danza che sonicamente trasuda sensualità da tutti i pori – ma che in realtà racconta della sudaticcia tensione nervosa di un uomo alle prese con più di una donzella. Scritta dall’altro membro dei Playa Benjamin Bush, “U Got Nerve” completa il quadretto con un altro momento di decostruzioni r&b e incertezze emotive venate di rabbia e una voglia di sesso ancora non del tutto digerita. Fosse nata in Francia nel 1700, Aaliyah sarebbe stata sicuramente l’ispirazione delle celebri “Liasons dangereuses” di Laclos.

Degna di nota anche l’accoppiata rock “I Can Be” e “What If”, due canzoni accomunate dal perno ritmico di una ruggente chitarra elettrica; inerme e disfattista nelle liriche la prima, con Aaliyah che recita la parte della puttana fragile che implora l’amore impossibile di un uomo impegnato, più ruggente e aggressiva la seconda. Entrambi sono a firma di Durrell Babbs aka Tank, rinomato collega e compagno d’etichetta che, proprio come Garrett, non può non cadere momentaneamente nell’orbita della sibillina Aaliyah e immaginarsela come un’inedita vestale tanto languida quanto pronta a incazzarsi come la Janet Jackson dei tempi di “What About”.
C’è comunque spazio anche per la sempiterna “More Than A Woman” a firma Garrett/Timbaland – uno dei più iconici e amati pezzi di Aaliyah il cui titolo è poi entrato a far parte del vernacolo americano. Il pezzo saltella su propulsioni sincopate hi-tech e si copre di un manto che respira tramite mini-contrazioni/distensioni sintetiche per un glorioso effetto cinematografico (ma quel basso sbertucciato, se velocizzato a dovere, non salterebbe forse per aria come scorie acid-house?).

Il violino di seta: le ballate neoclassiche del nuovo millennio

Ma “Aaliyah” non sarebbe quel che è se non fosse per quella manciata di pezzi che si svincolano dal perno del ritmo di cui sopra per andare a posarsi su soluzioni lineari più consone al vecchio soul che la Nostra ascoltava da bambina (ricordiamo infatti che uno dei suoi primissimi singoli fu proprio il suo rifacimento in chiave moderna di “(At Your Best) You Are Love“, un classico a firma Isley Brothers datato 1976). Ma qui siamo ormai giunti ad una più completa maturità espressiva; è il caso di “It’s Whatever”, via di mezzo tra il tipico ritmo r&b e una sussurrata ninna-nanna fresca come brezza marina, ma con quel lascivo sample pianistico cucito sopra che sembra proprio illustrare la via alla parte del disco per così dire “suonata”.
“Never No More” è Garrett che si cala con incredibile facilità in panni femminili, e assieme al collega Bu’dda monta una struggente ma complessa melodia soul che risulta interpretabile da Aaliyah solo impiegando tutta la gamma timbrica a lei disponibile – il risultante incastro tra il suo falsetto e le cornici di violini suona meglio di un amplesso in spiaggia al tramonto. Scritta dall’abilissima penna di Missy Elliott, l’altra intensa ballata “I Care 4 U” mostra una ferrea devozione tutta femminile che a tratti sfocia nel materno, ma stavolta l’andamento lento ed esangue è supportato da una batteria in stop&go presa in prestito da certo rock anni 70, con contorno di nacchere e l’indugiare del basso, mentre la voce reievoca i più flautati momenti della Mariah Carey anni 90.

Tuttavia è con “I Refuse” che si tocca il picco compositivo dell’album; il circolare intro pianistico prende presto le sembianze di un ostinato neoclassico, al quale si aggiungono una bjorkiana ritmica digitale e una chitarra flamenco che aiutano a far progredire il pezzo battuta dopo battuta. Ma presto il ritmo s’ingigantisce e la chitarra da acustica diventa elettrica, e quando verso il quarto minuto abbondante si arriva al climax c’è un’intera orchestra sinfonica che tuona in sottofondo, tra scoppi d’archi, percussioni e bassi vischiosi – ma la geniale trovata produttiva ne sintetizza il suono per togliere l’effetto da big band e adagiarlo al comunque delicato falsetto di Aaliyah. Il risultato è una canzone fuori dal tempo e fuori dagli schemi, sorta di irripetibile (e purtroppo irripetuto) frammento sonoro col quale “Aaliyah” si mostra al mondo per quel che è: un disco r&b di pregevole fattura melodica e di certosina cura sonora, interpretato con estrema classe e pathos da una donna che non dimostra affatto i suoi soli 22 anni d’età.

Epilogo

“Aaliyah” debutta alto in classifica nel luglio 2001, ma dopo un mese appena le vendite sono in forte calo. Rilasciato già ad aprile, il singolo di lancio “We Need A Resolution” è stato un discreto flop se paragonato alle precedenti pubblicazioni – quel suo strano modo di serpeggiare stenta a catturare l’immaginario dei fan della prim’ora, confusi di fronte a queste sonorità che mescolano sentori hip-hop ad un’elettronica cibernetica di stampo più europeo. Il passaggio dalla ragazzina di “One In A Million” alla donna di adesso è fin troppo evidente. Alla casa discografica decidono di girare un paio di video promozionali, ed è qui che nasce l’iconica immagine di Aaliyah coperta di pelle che ammicca una delle sue più iconiche routine di danza sulle note di “More Than A Woman”.

Ma l’altro singolo prescelto è “Rock The Boat”, il più diafano ed etereo pezzo del disco, un sollucchero electro-tropicale che invoglia lascivi passi di danza e carezze sull’amaca appesa tra due palme – pezzo tra l’altro invecchiato benissimo anche a fianco dei continui tormentoni “tropicali” che ci accompagnano ogni benedetta estate. Per adattarsi a simili atmosfere, nell’agosto 2001 Aaliyah vola alle Bahamas con un team di otto persone, e le riprese proseguono spedite sotto la guida del celebre regista Hype Williams, che crea per lei lussuosi scenari dalla fotografia iper-realista (vedasi lo struscio tutto in bianco sul ponte di una nave in mezzo al mare).
Ma il giorno del rientro le cose assumono una piega inaspettata; in un primo momento Aaliyah si rifiuta di salire sull’aereo, che è minuscolo e troppo carico di bagagli ed equipaggio, e in più il pilota appare vagamente agitato e non le ispira affatto fiducia (alcohol e cocaina girano liberamente nell’ambiente discografico, non è certo un segreto). Il decollo avviene ugualmente, ma pochi minuti dopo l’aereo perde improvvisamente quota e si schianta al suolo senza neanche essere arrivato al mare. Non vi sono sopravvissuti. Le immagini che vedete qui sotto, salvate dal rottame e montate su video come previsto, sono di fatto l’ultimo testamento visivo della nostra protagonista, ritratta pochissime ore prima della scomparsa:

Ovviamente l’impatto mediatico di una simile tragedia sarà enorme, la programmazione in Tv della prima trasmissione del video di “Rock The Boat” registrerà audience da capogiro. “Aaliyah” tornerà prepotentemente in classifica, finendo col vendere milioni di copie e dando l’opportunità di realizzare una ristampa e pubblicare la raccolta “I Care 4 U”.

A posteriori

Pur con tutti i clamori per la prematura scomparsa di un’amatissima 22enne, presto la storia sembra mettere da parte “Aaliyah” e le sue sofisticate trame sonore, complici anche i familiari che si trovano ad amministrare il suo lascito senza una direttiva precisa, e la mancanza di accordi tra l’oggi estinta Blackdoor Records e le attuali piattaforme streaming, dalle quali il disco è infatti al momento assente. Pochi anni più tardi il destino si porterà via anche Garrett a causa di una rara malattia del sangue (il suo unico album solista rimane tutt’oggi inedito). Rapture, Bu’dda e Seats continueranno nel proprio lavoro di turnisti (l’ultimo dei tre è anche il compagno di Patti Labelle). Timbaland semmai troverà nuova linfa firmando milionarie produzioni per interpreti quali Justin Timberlake, Nelly Furtado e Madonna – tutta gente tanto capace quanto diametralmente opposta alle delicate sfumature caratteriali di Aaliyah.

E il resto del panorama r&b del decennio 00 sarà un vero e proprio ring dove vincerà chi più sgomita; dapprima l’entrata in corsa di Beyoncé Knowles col passo scosciato di “Crazy In Love” riporta in auge l’immagine della popstar giunonica e vocalmente procace, poi ci saranno la duttile ma più danzereccia Cassie, il tamarro ma popolarissimo crunk di Usher e Ciara e i midtempo di Ne-Yo, la svolta culona di Christina Aguilera con Lil’ Kim e le snelle e vivaci produzioni dei Neptunes per gente del calibro di Kelis, Britney Spears e Gwen Stefani. Will.I.Am farà dei confini tra electro-dance e hip-pop il marchio di fabbrica dei reinventati Black Eyed Peas e della Fergie solista, e si arriverà in un battibaleno alla congiunzione tra Edm e r&b della popolarissima Rihanna e del tutto-fare Kanye West, il quale contribuisce definitivamente a lanciare il culto della Personalità Totalizzante mentre confonde le percezioni tra ciò che è pop e ciò che è hip-hop, ciò che è indie e ciò che è mainstream – il suo “My Beautiful Dark Twisted Fantasy” è considerabile come lo zeitgeist del cambio di guardia.

Ma con l’arrivo degli anni 10 qualcosa di non-proprio-nuovo torna a fare capolino nelle retrovie della musica urban, qualcosa che ricorda tremendamente l’elegante portamento di Aaliyah; l’introverso Frank Ocean realizza una nuova versione di “(At Your Best) You Are Love”, Tink ritocca “Million“, James Blake impiega diversi vecchi sample sullo sperimentale Ep “CMYK” e il sad boy per eccellenza Drake la campiona su quasi ogni disco che pubblica (oltre ad avere un tatuaggio del suo volto sulla schiena). L’r&b e il soul si fanno materia sempre più sintetica e futurista e gli interpreti si trovano a giocare con una gamma espressiva più sottile: l’ombra di “Aaliyah”, insomma, torna ad aleggiare sul panorama col fare di una madrina benevola ma che – da sotto le ciglia – lancia uno sguardo della serie “io vel’avevo detto”.
Tinashe si muove come una sirena su “All Hands On Deck” ma dona anche un’imperscrutabile interpretazione notturna in “Bet“, Kelela fonde alla perfezione il suono cibernetico dei synth con una spiccata intimità femminile al contempo sia fragile che venata d’acciaio, mentre FKA twigs si mostra tanto carnale nei suoi passi di vogue quanto eterea nei vocalizzi (e sul bellissimo video di “Two Weeks” omaggia apertamente il look che Aaliyah sfoggiava nel film “Queen Of The Damned”). Non si scappa; l’influenza dell’album qui recensito oggi rivive nella musica di H.E.R. e nei delicati fraseggi di Jhené Aiko, nelle atmosfere electro-soul di Nao e in quelle electro-acustiche di Solange – la quale le ha pure dedicato un aperto omaggio sulla sua “Borderline (An Ode To Self Care)“.

Nonostante i mille quesiti rimasti senza risposta su cosa sarebbe potuto avvenire nella carriera della Nostra se non fosse scomparsa così precocemente, il tempo è stato un gran signore. “Aaliyah” continua a splendere di una rossa luce propria e rimane un gran bel disco, inossidabile nel suono e ricco di sfumature anche negli angoli più remoti dell’anima. Un piccolo ma importante tassello per chiunque voglia osservare da vicino – ma soprattutto col cuore – gli sviluppi degli ultimi vent’anni di r&b. Io vel’avevo detto…

alglass

(12/07/2018)

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